Disagio giovanile? La soluzione è il dialogo

I preadolescenti stanno cambiando ad una velocità vertiginosa. Rispetto a dieci anni fa, trovo delle enormi differenze negli alunni che approdano alla secondaria di primo grado, la scuola media di una volta. Apparentemente sono ragazzi impegnatissimi, pieni di interessi, che occupano il loro tempo libero con lo sport, la danza, la musica, in realtà spesso passano semplicemente da un impegno all’altro, quasi incapaci di dare delle priorità ai loro interessi personali e agli obblighi famigliari e scolastici.

Sono ragazzi perennemente connessi con l’esterno ma poi fanno una fatica enorme a comunicare, tra loro e con noi adulti.

Dall’esterno gli arrivano input distruttivi, spunti negativi che i più fragili fanno propri e la soglia del rischio si è abbassata, anche se fortunatamente in provincia noi siamo ancora un po’ al riparo da episodi estremi. A scuola dobbiamo fare i conti col bullismo, nella forma del cyber-bullismo che sfrutta whatsapp e i social, ma anche con forme di prepotenza o di autolesionismo.

Come insegnante mi è accaduto di affrontare alcuni casi, talvolta con l’appoggio della famiglia, altre volte da sola o con i colleghi. Alla fine la soluzione migliore resta il dialogo a tu per tu, perché questi ragazzi hanno, spesso inconsciamente, fame di attenzione e, se ti apri appena un po’ a loro, sono capaci di aprirsi completamente con te. E purtroppo le famiglie non sono sempre consapevoli delle lacune emotive dei loro ragazzi.

Insegnando materie umanistiche, ho la fortuna di proporre materie e temi coinvolgenti: le guerre mondiali, gli Usa, lo sviluppo sostenibile ma anche romanzi e racconti che scoprono a scuola, con me, perché molti di loro non vanno mai in una biblioteca pubblica. E di anno in anno vanno anche sempre meno al cinema, non conoscono i grandi film del passato (e per loro passato sono anche solo 10 anni) e non sono particolarmente interessati neanche a quelli di oggi, se non a qualche blockbuster iperpubblicizzato o a qualche film di animazione. Ho decine di alunni che non leggono, non vanno al cinema, non guardano i telegiornali o le trasmissioni di informazione e poi si stupiscono di non avere nulla da dire in una conversazione di gruppo o in un tema. E purtroppo pensano che l’errore sia proporgli quel tema e pretendere che loro abbiano un’opinione in proposito, non il non avere idee proprie.

Dire dove sia l’errore non è facile. A questi ragazzi mancano troppo spesso degli stimoli e il mea culpa deve partire anche dalla scuola. Secondo la mia opinione stiamo correndo dietro al loro ‘mondo’ veloce e virtuale pensando di catturarne l’attenzione ma così rischiamo di svuotare di contenuti e di basi solide il nostro

di Viviana Marcati

(segue su #AREA3news n°83 gen-feb 2018)