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L’Amazzonia è anche casa nostra

Intervista all’ex-ministro italo brasiliano, Altemir Gregolin

Che le foreste nel mondo siano ormai sotto il tiro dell’avidità umana, è un fatto storico. Che brucino pure. Ma che diventi un fatto promosso dallo Stato, come accade in Brasile per l’Amazzonia, è abominevole. L’allarme è di questa estate: l’Amazzonia brucia come non mai. E sta continuando a bruciare, perché i roghi dolosi per la loro vastità, verranno smorzati entro novembre. Per noi che le foreste di casa nostra sono state pressoché sterminate negli ultimi 300 anni (si pensi solo alle traversine di rovere impiegate per le ferrovie), il fenomeno appare distante. Invece, è più vicino di quanto sembri, e ognuno può e deve scegliere anche da qui di salvare le ultime grandi foreste del pianeta. Come? L’abbiamo chiesto ad Altemir Gregolin 55 anni, che fu ministro del Brasile per l’acquacoltura e pesca dal 2006 al 2010 durante il mandato Lula.

Oggi, è tornato a fare il professore universitario presso la Fondazione Getulio Vargas MBA (Master of Business Administration) a Brasilia, Sao Paulo e Rio de Janeiro, con doppia cittadinanza italo-brasiliana. Un cognome che svela subito la sua origine vicentina: lui ricorda che i suoi bisnonni Felice e Natalina, partirono da Montegaldella con la valigia di cartone per il sud del Brasile, il 13 ottobre 1890, dando origine alla nutrita stirpe dei “Gregolin brasiliani”. Nel 2009 durante una visita di Stato, si ritagliò del tempo per visitare la casa natale di Montegaldella. Già allora la questione delle risorse naturali del Brasile, il loro sfruttamento e sostenibilità in particolare “l’Amazonas”, rientrava nei suoi discorsi e priorità.

Perché brucia l’Amazzonia? 

«Vi sono almeno due ragioni che motivano l’aumento del numero di focolai nella regione amazzonica. Oltre al clima secco di questo periodo dell’anno, vi è la drastica riduzione dei controlli territoriali, riconducibili alla scellerata politica del Governo Bolsonaro, che mette in discussione il rigore per la conservazione ambientale di tutto il Brasile».

Quest’azione diretta o indiretta sull’Amazzonia, era stata preannunciata dal manifesto programmatico del neopresidente Bolsonaro! 

«Vale qui ricordare, che l’impeachement della presidente Dilma  lo considero un colpo istituzionale. L’arresto poi dello stesso presidente Lula, ha come sfondo la reazione dell’élite brasiliana, alleata degli interessi internazionali che mirano a creare un Brasile con diritti allargati e liberali, riducendo però la libertà di mercato. Le privatizzazioni statali hanno consegnato nelle fauci delle grandi società transnazionali le gigantesche riserve di petrolio brasiliane. Alla fine credo sia questa una delle vere ragioni che hanno portato alla destituzione della presidente Dilma nel 2016. Con l’arresto poi nel 2018 di Lula, incarcerato senza prove. La campagna contro il PT è stata così intensa da demonizzarlo, al punto da favorire chiunque si presentasse come “novità”. Bolsonaro, si presentò quindi come candidato contro il sistema e la politica, trovando gioco facile nel dilagante populismo di oggi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: aumento della concentrazione del reddito e della disoccupazione (12 milioni di brasiliani oggi sono senza lavoro), privatizzazione e denazionalizzazione dell’economia, riduzione degli investimenti in aree sociali come la salute e l’istruzione e aumento della povertà nel Paese. I roghi amazzonici, se vuole, sono l’icona del Brasile di oggi!».

 

Ciò significa che i brasiliani sono pro incendi?

«Assolutamente no! La maggior parte dei brasiliani non è affatto d’accordo con la deforestazione amazzonica. Noi abbiamo un “culto” viscerale verso la sua foresta. Le proteste in molte nostre città in queste settimane lo dimostrano. Il popolo brasiliano non trae alcun beneficio dalla distruzione forestale. Al contrario, la gente avverte il pericolo e l’urgenza di spegnere i roghi e chiede con insistenza misure di controllo allo stesso Governo, che però si è mosso con molto ritardo. La situazione incendiaria in questi ultimi giorni sta migliorando e l’aria in molte nostre città è tornata quasi respirabile, ma il fenomeno è così esteso che si potrà parlare di situazione sotto controllo solo a partire da novembre».

E’ evidente però che nell’Amazzonia convergono infiniti interessi economici. Troveremo mai un equilibrio tra conservazione e risorse? 

«La regione amazzonica è ricca di biodiversità con sconfinate risorse minerarie. Inevitabile quindi si concentrino, come le api con il miele, gli interessi economici mondiali nell’esplorazione della regione. Ma lo sviluppo sostenibile della regione è assolutamente possibile e sostenibile. Lo ribadisco da docente universitario ed ex-ministro della pesca. Esistono alternative economiche che ne consentono lo sviluppo, senza però distruggere il patrimonio forestale. Il mondo, con la sua pressione può quindi incidere direttamente sul problema, chiedendo la sovranità e dico “sovranità” del Brasile sulla regione».

La grande foresta è anche la casa di molte popolazioni indigene, anch’esse a rischio di estinzione! 

«Il presente degli indigeni è direttamente correlato al futuro del loro ambiente, che a sua volta dipende dai governanti eletti. Ricordo che nel territorio amazzonico vi sono tra i 110 e i 130 diversi Popoli indigeni in isolamento volontario, che subiscono vessazioni e uccisioni per difendere la loro terra e cultura. Nei precedenti governi PT queste popolazioni erano protette, con riserve indigene ben delimitate. Anche in questo conta e conterà molto il peso dell’opinione pubblica internazionale che pare abbia compreso come uomini, animali o piante sono e siamo tutti interconnessi!».

Possiamo quindi dire che l’Amazzonia non è più solo un problema brasiliano, ma globale? 

«Credo che l’attuale situazione ambientale amazzonica potrebbe essere invertita, poiché la pressione e sensibilizzazione crescente della popolazione internazionale e brasiliana, sta costringendo il Governo ad adottare misure più incisive di conservazione. Per l’industria agroalimentare brasiliana, è particolarmente nefasta per la loro immagine, passare come i devastatori della foresta. Il Brasile non ha affatto bisogno di distruggere la sua risorsa verde per aumentare la produzione agricola, come invece si sente spesso affermare da fonti esterne al nostro Paese. Abbiamo superato i record di produzione con l’aumento della produttività e abbiamo molte aree degradate da sfruttare senza dover disboscare la foresta. Mi permetto di rimarcare, come oggi l’opinione pubblica brasiliana non sia affatto d’accordo con lo sfruttamento forestale e gli incendi. Motivo per cui il nostro Governo dovrà rivedere le posizioni politiche vigenti, se vuole mantenere il consenso popolare e la sicurezza sociale».

Significativa poi l’iniziativa intrapresa da Papa Francesco, che ad ottobre ha convocato a Roma un’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi, sul tema “Amazzonia”. Pontefice che in questi mesi ha più volte denunciato come “solo in Brasile, tra il 2003 e il 2017 siano stati 1.119 gli indigeni dell’Amazzonia uccisi per aver difeso i loro territori, e messo in discussione  il potere nella difesa del territorio e dei diritti umani”. 

«Direi che mai come in questo momento per il Brasile come per l’Amazzonia con le sue popolazioni, l’iniziativa papale ha un valore senza precedenti, che va “benedetta”. Al punto che possiamo già immaginare la forza che questa avrà sul dibattito nazionale e internazionale. Ciò che uscirà dallo speciale Sinodo della Chiesa Cattolica, toccherà le coscienze e quindi le azioni future di migliaia di cattolici in Brasile e nel mondo. Oltre all’aspetto etico, c’è quello culturale che dovrà portare a trattare l’Amazzonia come patrimonio “naturale e culturale” dell’umanità!  Questo indurrebbe ad attuare politiche di sviluppo sostenibile in grado di preservare la foresta come bene comune, oltre che sociale e statale, generando nel contempo occupazione e reddito per coloro che vivono di foresta. Abbiamo 26 milioni di abitanti che vivono in Amazzonia, con l’Amazzonia e per l’Amazzonia. La regione quindi non è solo fatta di foresta, ma anche da una grande popolazione autoctona che la abita. Dobbiamo quindi investire nella ricerca, creare incentivi per la conservazione e parallelamente favorire attività economiche sostenibili».