Shut Up

Parolacce: quando la maestra è la tv

Nei giorni scorsi ci è capitato di ascoltare per puro caso la conversazione di due studenti che ritornavano da scuola lungo il viale centrale dell’ippodromo comunale di Lonigo. Più che una conversazione tra due adolescenti, massimo 15 anni ciascuno, si trattava di una serie di improperi e parolacce rivolte l’uno contro l’altro che a definire turpiloquio sarebbe quanto mai pleonastico. Una violenza verbale inaudita in bocca a due bambocci poco più che poppanti veramente sorprendente, in particolare per la ricchezza di vocaboli scovati chissà dove, intrisi di una cattiveria quasi di tipo razziale, altro che parità di genere. Ma chi educa questi ragazzi? Ma da quale antro cavernicolo escono? Possibile che il rispetto tra un ragazzo e una ragazza sia giunto a questo livello? Una cosa è certa. Se questi due piccoli energumeni si cibano guardando con avidità trasmissioni come il Grande Fratello, dove bip ridicoli nascondono ogni due secondi una parolaccia, bisogna proprio dire che “mamma Tv” è proprio una baldracca. Per capirne di più ci siamo rivolti ad alcuni dirigenti scolastici e ad alcuni psicoterapeuti.

 I giovani d’oggi e la mancanza di educazione. A colloquio con Maria Cristina Strocchi

«La mancanza di educazione fra i giovani è purtroppo un fenomeno dilagante. Ne sanno qualcosa gli insegnanti che come me si trovano quotidianamente di fronte a questo problema. Mentre un tempo gli alunni rispettavano i docenti, li temevano e li rispettavano, oggigiorno nemmeno ti salutano, ti contestano e sono poco rispettosi. Oltre a ciò, il turpiloquio, le bestemmie sono diventate parte del linguaggio comune di molti ragazzi che arrivano ad offendersi in modo pesante o ad usare fra di loro un linguaggio da “scaricatori di porto”. Fortunatamente non tutti i ragazzi sono così e ci sono ancora giovani rispettosi dei pari, dei genitori e docenti.

Il linguaggio scurrile è un modo per sentirsi grandi, forti, indipendenti e trasgressivi e questi sono infatti le necessità più importanti degli adolescenti che, pur avendo bisogno del sostegno dei genitori e degli adulti, vogliono dimostrare a tutti i costi la loro autonomia per vincere l’insicurezza tipica dell’età. A ruota seguono i giovani universitari frustrati dagli esami, dallo studio e, soprattutto, dall’incertezza di trovare un lavoro nel futuro.

Di chi è la colpa? Innanzitutto degli adulti che con il loro stile educativo eccessivamente permissivo lasciano ampio spazio a questi comportamenti che spesso sono tenuti dagli stessi genitori magari in auto finché guidano o quando qualcuno fa loro un torto in famiglia, in un parcheggio o in ufficio. La frustrazione dei tempi di crisi crea anche fra gli adulti un linguaggio “fin troppo colorito” quasi a voler sfidare i tempi difficili e come liberazione dallo stress.

A ciò si aggiungono i media, le riviste, le trasmissioni dove le parolacce sono abbastanza frequenti, cosa che nel passato non si verificava.

A scuola si fa ben poco per educare i giovani al rispetto perché i dirigenti e gli insegnanti, poco valorizzati per il loro lavoro spesso anche dai genitori degli alunni troppo portati a scaricare sulla scuola le difficoltà dei figli, si attengono troppo al programma da svolgere, alle interrogazioni e ai compiti dando poco spazio alla discussione e all’attenzione per il rispetto e l’educazione. Ricordiamoci invece che la scuola dovrebbe preparare gli alunni alla vita e sappiamo bene che il senso di responsabilità e l’educazione sono le basi fondamentali per un futuro lavorativo, non solo le nozioni e le competenze.

Purtroppo c’è ancora molta chiusura in questo senso e sarebbe opportuno non solo che a scuola si insegnasse l’educazione ma che, in questi tempi in cui la violenza e l’aggressività nelle varie forme stanno prendendo sempre più piede, si dedicassero delle ore di insegnamento all’educazione all’amore e alla comunicazione fondata sul rispetto di sé e degli altri. Da anni mi batto personalmente perché questo accada, sia come insegnante che come psicoterapeuta. Nelle mie classi lo faccio da anni, spero che qualche dirigente o politico lungimirante lo estenda a tutte le scuole di ogni ordine e grado, promuovendo anche degli incontri con i genitori.

Nel Comune di Barbarano, si stanno svolgendo già da anni progetti di questo tipo che mi vedono coinvolta come psicoterapeuta…..ma è troppo poco e bisognerebbe estendere questo a livello nazionale per rendere le relazioni interpersonali più soddisfacenti. Ce n’è davvero tanto bisogno».

Il parere dello psicoterapeuta dottor Marco Furlan 

Che cos’è il turpiloquio giovanile dal punto di vista psicologico? Lo chiediamo al dottor Marco Furlan, psicoterapeuta di Montagnana, per darci il suo parere clinico su questo argomento.

«A mio avviso, il turpiloquio è una maniera per avere una maggiore autostima. Può essere una modalità di farsi vedere forte, affascinante, di impressionare gli altri, avere attenzioni o perfino di sedurre. Può servire a dare più importanza all’immagine di sé piuttosto che a sé stessi. Sicuramente è indice di carenza di capacità di dialogo. Si può fare uso del turpiloquio, soprattutto fra i giovani, anche per sfogare la rabbia interiore, che può essere causata da un abbandono, da un lutto, dal divorzio dei genitori o dalla rottura di una relazione sentimentale. I giovani usano il turpiloquio anche per non sentire quel vuoto interiore generato da una mancanza di identità e sicurezza. Può essere anche uno strumento per mettere paura al prossimo e ottenere rispetto forzato. E’ anche usato per camuffare e nascondere le proprie paure e vulnerabilità. Infine il turpiloquio può essere un’esca per conquistare la simpatia delle persone e poi manipolarle a proprio vantaggio». «Naturalmente è necessario aumentare il dialogo, soprattutto in famiglia. Quanti genitori mi dicono che non parlano e non capiscono il loro ragazzo. Tutto ciò che è dialogo dà identità e comprensione, fattori che diminuiscono il turpiloquio. I giovani hanno bisogno di una presenza saggia e vicina, hanno bisogno di essere trattati alla pari, con autenticità. Gli adulti devono imparare a dialogare e conoscere il mondo interno dei loro ragazzi, affinché questi ultimi possano esprimere quelle emozioni e quel disagio che il turpiloquio nasconde».

Carlo Alberto Formaggio: «Mass media e social network hanno incrementato il fenomeno del turpiloquio»

Secondo il dirigente scolastico dell’Istituto “Umberto Masotto” di Noventa Vicentina, sono aumentati i casi di studenti che usano un linguaggio volgare e offensivo all’interno delle scuole: «Frequente la bestemmia tra i giovani. E anche le ragazze non sono da meno dei colleghi maschi»

Non solo “comuni” parolacce nel “dizionario” colorito dei giovani. Purtroppo, anche la bestemmia è entrata a far parte del linguaggio normalmente usato tra gli adolescenti. E’ quello che fa sapere il professor Carlo Alberto Formaggio, preside dell’Istituto Scolastico “Umberto Masotto” di Noventa Vicentina alla domanda sull’uso del turpiloquio tra i giovani. Per il dirigente scolastico, buona parte delle colpe sono da attribuire sia ad un uso spregiudicato di volgarità nei mass media che nei social network.

«Noi dell’istituto “Masotto” siamo molto rigorosi per ciò che concerne il turpiloquio nelle aule scolastiche – sottolinea Formaggio – in particolar modo la bestemmia, che è mancanza di rispetto per le persone, per l’ambiente e per la religione. Purtroppo i casi di linguaggi ed espressioni volgari sono aumentati negli ultimi tempi e noi della scuola sanzioniamo severamente questi comportamenti con delle note disciplinari. È chiaro, però, che noi possiamo limitare questa cosa fino ad un certo punto, perché se noi puniamo ciò che in altri contesti, come la famiglia, viene tollerato, se non addirittura considerato normale, è evidente che tutti i nostri sforzi cadono nel vuoto. Noi della scuola, per cercare di arginare questo triste fenomeno, insegniamo agli alunni il rispetto del prossimo, anche nell’uso di un linguaggio più civile e naturalmente consono all’ambiente scolastico. Ritengo, pertanto, che venga costituito un gruppo di lavoro per realizzare una sorta di patto educativo a livello di società: qui a Noventa Vicentina abbiamo fatto un tentativo di percorrere questa strada con le società sportive e le associazioni, affinché l’uso di un corretto modo di parlare sia una regola principale del vivere quotidiano non solo nella scuola o a casa».

Visto che lei è nella scuola da tanti anni, quanto sono cambiati in questo ultimo decennio i nostri giovani per quanto riguarda l’uso del turpiloquio?

«Sinceramente, mi sento di dire che anche radio e televisione ci hanno messo del suo in questa delicata situazione. Basta accendere la tv anche in fascia protetta per rendersene conto. Se questi mezzi d’informazione non mettono un freno quanto prima a questo uso spropositato di questo linguaggio volgare, i nostri sforzi di arginare questo fenomeno saranno vani. Inoltre, anche l’uso del turpiloquio nei social network come Facebook non è da meno, anzi direi che è ancora più grave perché scritto: come si suol dire “verba volant, scripta manent”. Di certo, con l’avvento delle chat il fenomeno è peggiorato, perché si scrivono offese che possono turbare la persona, sino ad arrivare al bullismo, alla persecuzione dei soggetti più deboli. Inoltre, un’altra cosa che ho notato è che il turpiloquio, a differenza di anni fa, ora coinvolge anche le ragazze e in misura non inferiore rispetto ai maschi».

Istituto Sartori di Lonigo. La vicepreside: «Nell’ambito scolastico gli studenti non usano parolacce»

La vicepreside dell’Istituto di Istruzione Superiore “Sartori” di Lonigo prof.ssa Ferrara alla nostra domanda se nella scuola si tengono lezioni ad hoc per “educare” gli stendenti ad un linguaggio corretto senza l’uso delle parolacce ci guarda un po’ sorpresa per la richiesta forse insolita. «Per ora non abbiamo in programma lezioni del genere – ci risponde -. Come corpo insegnanti siamo sempre molto attenti al modo di esprimersi degli studenti nell’ambito della scuola. Tolto qualche episodio in cui un ragazzo si è rivolto in modo impertinente nei confronti di una insegnante forse perché non del tutto gradita, devo dire che l’uso del turpiloquio in classe o in cortile non è usuale. E’ evidente che una volta varcato il cancello dell’istituto risulta difficile vietare l’uso delle parolacce. Un’abitudine purtroppo che si riscontra un po’ in tutta la società, sia in famiglia che nei media. In ogni caso non sarebbe poi tanto male prevedere ore di “educazione” nell’ambito scolastico»

Carlo Meneghetti, insegnante di religione al “Dal Cero” e docente di Teologia della comunicazione all’Istituto universitario salesiano di Verona

«Al Dal Cero siamo piuttosto fortunat», riferisce l’insegnante. «I casi di studenti che utilizzano un linguaggio non consono all’ambiente scolastico sono isolati. La correttezza e la buona educazione dei ragazzi che frequentano l’istituto sambonifacese sono probabilmente da ricondursi all’insegnamento delle famiglie e al fatto di vivere fuori dalle delle grandi città. Anche se il fenomeno per quanto riguarda il comportamento in classe è marginale, questo non significa che gli alunni delle superiori abbiano un linguaggio educato in tutti i contesti sociali che frequentano. Quello che preoccupa di più è il modo in cui si pongono quando chattano sui social network». E qui il discorso va oltre la zona di San Bonifacio e si fa più generale. Continua Meneghetti: «Oggi molti giovani, ma anche molti adulti, credono di essere da soli quando scrivono sul proprio profilo qualche post. Non si rendono conto che i vari “amici” leggono e sono partecipi delle loro esternazioni. Poi, se arrivano tanti mi piace, il gioco è fatto. Si ignora che quando si accettano le condizioni d’uso ci si impegna a non denigrare, intimidire o molestare altri utenti, a non pubblicare contenuti minatori, pornografici, con incitazioni all’odio o alla violenza, con immagini di nudo o di violenza forte o gratuita. Ritengo che dentro questi punti ci possa entrare benissimo la violenza verbale. Si è consapevoli che ci possono essere responsabilità civili e penali? Che i genitori sono responsabili quando i figli sono minorenni? Talvolta la superficialità, la voglia di fare i fighi porta a postare parole improprie. Anche gli old media, come tv e giornali, hanno comunque una loro responsabilità sulla mancata educazione alla parola civile. Si potrebbe citare Popper con “Cattiva maestra televisione” oppure Sartori con “Homo videns”. A questo proposito, invito a leggere il documento scritto da Benedetto XVI° per la 46^ giornata mondiale delle comunicazioni sociali, all’indirizzo: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20120124_46th-world-communications-day_it.html”. Eccone uno stralcio: Gran parte della dinamica attuale della comunicazione è orientata da domande alla ricerca di risposte. I motori di ricerca e le reti sociali sono il punto di partenza della comunicazione per molte persone che cercano consigli, suggerimenti, informazioni, risposte. Ai nostri giorni, la Rete sta diventando sempre di più il luogo delle domande e delle risposte; anzi, spesso l’uomo contemporaneo è bombardato da risposte a quesiti che egli non si è mai posto e a bisogni che non avverte. Il silenzio è prezioso per favorire il necessario discernimento tra i tanti stimoli e le tante risposte che riceviamo, proprio per riconoscere e focalizzare le domande veramente importanti.” Della serie, piuttosto di usare parole fuori luogo, meglio fare silenzio».

Il 28 marzo il professor Meneghetti ha partecipato ad un’assemblea di istituto al liceo “Roveggio” di Cologna, proprio per approfondire alcune problematiche legate all’uso dei social network.

M. studente di un Istituto Professionale dell’Est Veronese

«Noi ragazzi bestemmiamo per colorire i nostri discorsi e per sentirci “fighi”: è una trasgressione un po’ come fumare. È anche un modo per essere simili agli amici e farsi accettare: dopo un po’ non si dà più nemmeno peso alla cosa, nel gruppo si fa così. Tutto lì».

 A. insegnante in un Istituto Tecnico di San Bonifacio

«Il linguaggio volgare usato dai giovani è un problema reale. A scuola di solito gli alunni si esprimono in modo accettabile, ma fuori dalla realtà scolastica il turpiloquio è un fenomeno esteso e difficilmente arginabile perché sostanzialmente accettato dalla società. Ma non c’è da stupirsi se i nostri giovani interiorizzano un modello sbagliato: l’aggressività e la violenza verbale sono diventate una costante in molti dibattiti televisivi. Una volta la famiglia, la scuola, la parrocchia e le associazioni proponevano dei modi di essere basati sull’educazione e sul rispetto di sé e degli altri. Ora, in nome di una falsa libertà, si crede di poter fare e dire tutto quello che si vuole. Che sia questa la società che i sessantottini volevano creare?»

Rino Boseggia, Alessio Pezzin, Paola Bosaro e Maddalena Peruzzi