Femminicidio

I femminicidi e l’esigenza di educare l’uomo a una nuova narrazione del sentimento

RITA E ALESSANDRA… PERCHÈ? È una domanda che tutti noi ci facciamo da tempo. Perché tante donne vengono uccise da qualcuno che quasi sempre dice di amarle? Certo, quel qualcuno lo dice solamente ma non le ama. In un mattino di settembre Rita è stata uccisa a colpi di pistola dal marito su un parcheggio, mentre si stava recando al posto di lavoro di buon mattino.

Aveva trent’anni, tre figli e tanti sogni. Alessandra, appena cinque giorni dopo l’omicidio di Rita è stata trovata ammazzata con un colpo d’arma da fuoco. Di anni ne aveva ventuno, una bimba piccola e tanti sogni. Nelle foto che ci riportano i media vediamo queste due giovani donne sorridenti, con occhi sinceri, forse troppo sinceri. Si sono fidate, si sono affidate a un destino che non doveva andare così e che ci lascia tutti sgomenti. Nel momento in cui scriviamo le cronache ci parlano di 83 donne ammazzate dall’inizio dell’anno e oltre la metà sono state uccise dal partner o da un ex, che sicuramente “diceva” di amarle.

Il fenomeno della violenza di genere è ormai da tempo un’emergenza sociale che non sembra conoscere inversioni di tendenza. Con il termine femminicidio si intende il particolare tipo di omicidio la cui vittima è una donna. Quasi sempre l’assassinio non è frutto dell’improvvisa perdita di controllo o della presenza di patologie psichiatriche ma è l’atto finale di una serie di comportamenti violenti a cui la donna è stata sottoposta.

La parola è mutuata dallo spagnolo feminicidio e il concetto fu teorizzato per la prima volta dall’antropologa Marcela Lagarde, rappresentante del femminismo latino-americano. Nell’ordinamento penale italiano il termine è stato inserito nel 2013, con il decreto-legge n.93. Nel 2017 è stata istituita dal Senato una Commissione d’inchiesta parlamentare sul femminicidio.

Nel 2019 in Italia è stata poi approvata la legge sul Codice Rosso, che mira a velocizzare le procedure di protezione delle donne in caso abbiano presentato denuncia alle autorità competenti. Ma non è sufficiente. Bisogna fare di più. Lo dobbiamo fare all’interno delle nostre famiglie educando i figli maschi e le figlie femmine al rispetto della donna e della vita. Lo devono fare le istituzioni, lo dobbiamo fare tutti. Affinché le vite di Rita e di Alessandra, ma anche di Chiara, di Sonia, di Vanessa, di Tiziana, … non siano stroncate da quello che qualcuno chiama destino, ma che destino non è.

di Arianna Lorenzetto