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Lala Lubelska, l’amore dentro ai lager

Luci soffuse, una malinconica melodia rotta dalla voce di un lettore. è iniziata in questo modo la serata presso il Modernissimo di Noventa Vicentina dedicata al giorno della Memoria, voluta dalla sinergia dell’amministrazione comunale, l’assessorato alla cultura e la biblioteca comunale.
A ripercorrere i tempi del filo spinato, delle brutture della guerra, della crudeltà di cui l’uomo è capace è stato il dott. Giorgio Cicogna, figlio di Lala Lubelska testimone della Shoah, prima nel ghetto di Lodz in Polonia, per poi essere deportata ad Auschwitz quindi a Mauthausen nel 1945.
La serata, iniziata intorno le 21.00, ha incollato gli spettatori di età diverse che, affascinati e allo stesso tempo atterriti dalla voce di Giorgio Cicogna, non hanno potuto fare a meno di confrontarsi con uno spaccato di vita, di situazioni e di drammi che solo la cruenta guerra sa dare. Ma chi era Lala Lubelska? Lala era una donna che ha dato il suo primo bacio , a 18 anni, ad un ragazzo nel vagone piombato per Auschwitz. Venivamo entrambi dal ghetto di Lodz, lui era portalettere e le faceva la corte. Di lui Lala non seppe più nulla.

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Lala Lubelska, ebrea polacca è stata testimone-chiave della Shoah, una donna che ha avuto il coraggio di accettare la fatica della memoria a una sola condizione, ossia quella di insegnare ai giovani che la vita è un bene unico, missione che porta avanti da anni il figlio Giorgio Cicogna che afferma «c’è sempre bisogno di dare lezioni di dignità e avere il coraggio di ricordare».
Anche nei lagher l’amore è possibile, e cosi è stato per questa incredibile donna, un amore rubato in un campo di lavoro. Correva l’anno 1945 quando Lala si innamorò di un veneziano, un prigioniero che le sorrise e le regalò un pezzo di pane, e che dopo la guerra sposò e le rimase compagna per la vita.
Lala lubelska, fu sempre e comunque una donna positiva, caratteristica che le passò il padre al prezzo della vita, come lei dichiarò durante un’intervista: «…capivo che in giro c’erano adulti che davano a tutti lezioni di dignità. Mio padre era di questi. Ad Auschwitz, quando l’ufficiale col frustino lo separò da noi per mandarlo a morire, lui ci salutò con un sorriso facendo ciao con la mano. Disse: voi ce la farete, lo so. Era un ottimista, quell’ottimismo è stato il suo regalo. Io sono felice ogni volta che respiro. Lo dico ai ragazzi delle scuole. È la voglia di vivere che ti salva. Certo, serve anche la fortuna. Io sono scampato alla morte tre volte, per puro caso. Ma l’amore della vita è quello che dice: non lasciarti andare. Mai».
Il dott. Cicogna nel recuperare il passato e sopratutto nell’inanellare le storie che raccontava sua madre e le sue sorelle, non smette mai di ricordare quanto complicato e duro sia stato il recupero mentale dei fatti bellici per propri parenti, poiché era impossibile sostenere la memoria di Auschwitz, se non possedevi grande equilibrio. Lì non c’era Dio, non c’era niente».
Era il 1947 quando Lala sposò l’uomo che conobbe nel campo di concentramento di Flossemberg: Giancarlo Cicogna, ed insieme a lui costruì la sua nuova famiglia in Italia, a Badia Polesine in provincia di Rovigo. Una donna che ha rissunto in sé un chiaro inno alla vita, Lala Lubelska.