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L’ultimo abbraccio a Marcello Lazzarin cantore dell’emigrazione e del mondo contadino

di Silvia Zamperlin

E’ morto a ottant’anni a Cagnano, paese nativo della moglie, il poeta, pittore e scrittore Marcello Lazzarin.
Artista contemporaneo apprezzato, non solo sul piano artistico ma soprattutto su quello umano, ha sempre prediletto nelle sue opere le tematiche sociali e l’analisi introspettiva

«Accoglieva tutti sempre con un sorriso, era una persona discreta, legata alla famiglia e di gran cuore», ha commentato don Angelo Corrà, ex parroco di Borgo Frassine di Montagnana, piccola frazione dove Lazzarin è nato e alla quale è sempre stato molto legato, tanto da aver dedicato un anno di lavoro, nel 1998, per realizzare una ricerca sulla chiesa parrocchiale S. Maria Maddalena in occasione dei lavori di restauro e recupero dell’edificio sacro. «Nel comporre quelle pagine – ha ricordato don Corrà nel suo discorso di commiato durante il funerale – Marcello aveva pensato ai numerosi paesani che vivevano in terre lontane e i cui ricordi erano certo affievoliti dal tempo, ma che forse, nel cuore, sentivano ancora la nostalgia per il borgo d’origine. La stessa nostalgia che conosceva bene anche lui».
La storia di Marcello Lazzarin è uguale a quella di tanti altri emigranti che hanno scelto la via di un esilio volontario per vincere la fame e la povertà. Nato nel 1935 ha lasciato l’Italia nel 1962 per andare a insegnare lettere in una scuola media del Canton Ticino fino al 1996, anno in cui è rientrato per vivere nella piccola frazione di Pojana Maggiore, dove già risiedeva la famiglia della moglie, e dedicarsi alle sue passioni: la pittura e la scrittura.
Nelle sue opere pittoriche e letterarie è sempre stato fedele alla civiltà contadina da cui ha avuto origine. In una poesia intitolata “Aliti di vita sotto la luna” scriveva: «La mia luna è ancora aperta alla speranza/ di affidare quei segni del tempo perduto/ alle giovani generazioni del presente/ aperte a tramandare della natura i preziosi cimeli./ La vita tende la mano al futuro/ ma chi rinnega il passato non ha speranza/ d’infondere fervore alle nuove generazioni». In “I sogni della luna”, versi ai quali allude anche un suo olio su tela realizzato nel 2004, il poeta vorrebbe fermare il tempo “volando a ritroso lungo le orme dei ricordi” per risentire: «Il gracidìo delle rane nei fossi,/ il verso dell’assiolo tra le fronde dei platani,/ la notturna risata della civetta/ che graffiava di brividi/ i coppi del tetto della vecchia casa./ Il canto delle zappatrici/ schierate a ventaglio in aperta campagna,/… il profumo di candide tuberose e l’alito di salvia e rosmarino/ nell’orto di mia madre».
I motivi ispiratori delle sue opere non sono soltanto i ricordi e i valori della civiltà contadina, ma anche l’immenso mondo dell’emigrazione. Lui emigrante veneto, divenuto padre e nonno in Svizzera, rimpiange la sua patria per 34 anni e quando decide di andare via è costretto a lasciare figli e nipotine in terra straniera. Se da un lato c’è la consolazione di ritornare “a casa”, dall’altro l’alienazione: il ritorno coincide con la perdita degli affetti quotidiani più cari e porta con sé “il rimorso per l’incauta decisione”. E allora immagina “un immenso ombrello dalle ali spalancate” per vincere le frontiere e viaggiare verso i suoi amori: «Con voi e per voi, amate nipotine,/ adagiati in caldo abbraccio vorrei volare/ nel nido della famigliare intimità/ sul tappeto volante della fiaba di Aladino/… sempre in volo sotto l’ombrello,/in volo perenne tra terre amiche che hanno segnato i colori della vostra culla». Il suo è un cuore diviso in due, che forse solo la morte, ora, ha saputo conciliare: «Terra mia venera natìa,/ Terra elvetica eletta a patrio lido./ Due sponde di terra ora separate/ dal mare della solitudine,/ unite solo idealmente/ dall’onirica visione del cuore».

*Le poesie e i dipinti sono tratti dall’opera “I sogni della luna. Poesie e prose 1998-2005” (2006)

Lazzarin I sogni della luna (2004), olio su tela