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Tag: Arte

Silvia Bernardini Mugna

Silvia Benardini Mugna è stata artefice e protagonista di un movimento culturale che ha interessato per molti anni, nel secolo appena passato, la cultura di Lonigo. Da attenta osservatrice quale ella fu, con la sua penna seppe cogliere con vena poetica e un filo di piacevole umorismo le emozioni e la quotidianità della sua gente

Era nata nel 1896 a Lonigo. La sua famiglia apparteneva a quella borghesia che si era andata formando alla fine dell’Ottocento e che si sarebbe ben espressa nei primi decenni del Novecento. In quel periodo Lonigo aveva saputo coniugare efficientemente fede e progresso, riuscendo a edificare contemporaneamente un grande Duomo e uno splendido teatro . Una città effervescente, piena di vitalità con le filande, i mercanti, il Circolo (l’ippodromo cittadino), le giostre, i cavalli e la Fiera.
Il padre di Silvia, un ingegnere di Venezia, era arrivato nella nostra città quale insegnante all’Istituto Tecnico.  Aveva poi sposato la figlia del farmacista Carazza, titolare della farmacia che ancora oggi si trova agli inizi di via Garibaldi, proprietà della famiglia Cardi.
Silvia aveva una sorella di nome Maria che avrebbe sposato Levade, proprietario di una orologeria sempre in via Garibaldi. Ebbe da giovane un’educazione buona e, come si usava allora nelle famiglie benestanti, apprese il cucito, un po’ di cucina,  canto, musica, letteratura, pittura e qualche nozione di lingua francese.
Come ricordava un’altra donna di talento che molti di noi hanno conosciuto, la Signora Anita Cavaggioni, Silvia Bernardini dimostrò fin da giovane particolari doti di intelligenza e di temperamento artistico. Così, ancora giovane, le furono offerti degli ottimi maestri a Verona e lei divenne un’ottima allieva. Fu attratta anche dal teatro e dall’opera, passioni che la accompagneranno per tutta la vita.
In quelle sue trasferte di studio e cultura nella città scaligera la accompagnava spesso un amico di famiglia Mugna Giobatta, detto Tita che Silvia chiamava scherzosamente “Papà Condusi”. Era questo signore il figlio di Giuseppe Mugna, un personaggio molto in evidenza a Lonigo, che aveva ricoperto cariche pubbliche e civili e che aveva fatto costruire una bellissima villa nel centro della città, l’edificio che noi tutti conosciamo come l’attuale sede municipale. Ebbene accadde che i due nonostante la grande differenza di età, più di 20 anni. convolarono a nozze.

commedia in villa
Lei diventò così la signora Mugna e andò ad abitare nel grande palazzo vicino al Duomo. Una residenza signorile con sette persone di servizio, un cocchiere con carrozza e un’automobile. Con il suo spirito giovanile in breve tempo seppe trasformare la nuova residenza in un ricco e movimentato salotto aperto alla cultura e all’arte. Una villa dove la presenza di artisti e letterati era continua.
Da studentessa divenne in breve tempo mecenate dei suoi insegnanti. Accanto al pittore Dall’Oca Bianca, al poeta dialettale Berto Barbarani e al musicista Renato Simoni seppe riunire gli amici leoniceni a cui aveva trasmesso il piacere della poesia e del teatro; ricordo i Levade, i Cassia, i Calzavara, la signorina Dora Sandri, i Carlotto, i De Pieri e Rossettini. Riuscì a convincere il marito a creare un piccolo teatro nel salone della villa per le rappresentazioni musicali, le commedie e le recite. Ad aiutarla in questa sua avventura culturale si affiancò un grande attore Primo Piovesan di Vicenza che amava chiamare questo luogo di aggregazione “il teatro giocondo”. Lei stessa aveva una spontanea vena poetica e componeva poesie e commedie. Con l’aiuto di Berto Barbarani si fece presentare nei circoli culturali più in voga, in particolare in quelli dialettali, partecipando anche a concorsi di poesia e a convegni ed incontri letterari.
Alcuni suoi lavori furono in quegli anni pubblicati su una prestigiosa rivista culturale dell’epoca “La Musa Veneta”, che purtroppo ebbe una esistenza molto breve. Su questa rivista, con cadenza quindicinale, aveva tra l’altro iniziato a pubblicare a puntate un romanzetto, un giallo, “La lettera scarlata”, veramente coinvolgente anche perché ambientato a Lonigo. Purtroppo a causa dell’interruzione della rivista non ho mai avuto il piacere di conoscere la conclusione della vicenda.
La gran parte dei suoi scritti erano composti in un dialetto particolare, un misto tra quello veronese e quello vicentino. Composizioni sempre legate alla sua terra, Lonigo, con una particolare attenzione alla vita dei cittadini, raccontando o sottolineando le emozioni, le paure e le incertezze umane. Dal balcone, offertole dalla sua posizione sociale, riusciva a leggere e a raccontare in poesia e in prosa la vita e la società leonicena. Spesso il tutto condito da un filo ironico e burlesco, quasi goldoniano. Alcune sue poesie contengono una forte carica che trasmette tutte le emozioni sprigionate dai tramonti, dal vento, dalla pioggia e dalle stagioni che molti di noi hanno vissuto muovendosi nelle vie, nelle piazze e sotto gli ippocastani del circolo di Lonigo. Fu testimone con la sua penna degli avvenimenti più importanti e le sue parole si caricarono delle aspettative per l’arrivo della Fiera di marzo coltivate dai cittadini di ogni età.
Per oltre dieci anni, grazie alla sua capacità organizzativa e alle disponibilità economiche, l’ambiente culturale di Lonigo ruotò attorno a lei. Una vera appassionata di teatro in cui lei rivestiva il ruolo di compositrice, quello di regista, a volte comparsa e altre quello di  prima donna. Il 27 aprile 1929 una sua composizione fu rappresentata con successo al teatro Comunale di Lonigo,“Fantasie blu”. Non fu l’unica rappresentazione pubblica. Anche il teatro di Cologna Veneta presentò delle sue commedie. In effetti le sarebbe piaciuto poter pubblicare i suoi lavori, ma a dire la verità non si impegnò mai veramente per la pubblicazione.
Qualche anno dopo un tracollo finanziario della famiglia la costrinse ad abbandonare la villa e a trasferirsi a Lobbia. Questo non le impedì di coltivare anche là la passione per la cultura. Berto Barbarani andò spesso a trovarla e anche Dall’Oca Bianca. Con alcune delle sue amiche continuò a mantenere vivo il suo salotto, certo non più con lo sfarzo e l’impegno di un tempo, dilettandosi a comporre e a scrivere. Quando il marito morì negli anni cinquanta, ritornò a Lonigo nella casa paterna, la palazzina che si trova ancora oggi in via Roma vicino al Circolo.
Non riprese la vita mondana, ma continuò in modo riservato a mantenere vivo il suo interesse per la cultura e la società, ricevendo quotidianamente le sue anziane amiche nel salotto di casa per conversare come un tempo davanti ad un tè e a dei pasticcini. E come si addiceva alla vecchia buona società, si chiudeva l’incontro con una partitina a carte. Ed è in uno di questi momenti che la conobbi.
Un pomeriggio di molti anni fa mi venne chiesto di partecipare quale quarto giocatore in sostituzione di un’amica assente. Fu in quella circostanza che conobbi, in Via Roma, la padrona di casa: la signora Silvietta Mugna, come confidenzialmente era chiamata dalle amiche. Salii al primo piano in una sala arredata con mobili antichi e con delle vecchie stampe appese alle pareti. Ricordo che mi venne offerta una tazza di tè con dei biscottini. Un rito questo per me inusuale. A volte la briscola lasciava il posto al poker puntando delle fiches rappresentate da chicchi di riso. In quei pomeriggi il gioco si chiudeva con un bicchierino di vermouth. Non ricordo quante volte mi recai nella casa della signora Mugna, non molte, perché la signora assente rientrò presto in gioco.
Quei pomeriggi furono per me un vero avvenimento perché mi hanno permesso di essere partecipe di uno degli ultimi sprazzi di vita di una società che era stata protagonista di un periodo vorrei dire rinascimentale per la storia di Lonigo, almeno sotto l’aspetto culturale.
Aggiungo che in quelle ore pomeridiane non si era solo giocato, ma mi era stata offerta la possibilità di visitare una dimora di una grande signora dove avevo potuto toccare con mano delle testimonianze rare come lo spadino che stava appoggiato sulla cassapanca all’ingresso e che era appartenuto all’ultimo podestà veneto di Lonigo e conoscere la storia delle stampe appese alle pareti, suoi cari ricordi. Mi parlò anche dei personaggi che lei aveva conosciuto e che erano stati  protagonisti della cultura e della storia della nostra città e di uomini e donne semplici pure essi protagonisti di alcune vicende cittadine.
Per me la signora Mugna rappresentava l’anima degli ambienti di una città diversa da quella che conoscevo e che stava sfumando in un forte anonimato. Qualche tempo più tardi, mentre attraversava la strada davanti al Duomo, fu investita da un’automobile. Dopo una lunga degenza presso l’ospedale di Lonigo fu trasferita alla Casa di riposo di Montebello, ma la signora Silvia Bernardini Mugna non era più quella da me conosciuta: lo shock subito e l’età avanzata le avevano offuscato la memoria.
Trascorsi alcuni anni, mentre la sua Lonigo viveva ancora la propria incolore quotidianità, silenziosamente si spense, era il novembre del 1983.

Microsoft Word - Foto Teatro Fantasie blu.doc

Marzia Bedeschi, una pittura da indossare

di Francesca Dalla Libera

Nata a Padova nel 1967, ha conseguito il diploma magistrale, il diploma di Maestro d’Arte in Decorazione Pittorica e, nel 1991, il diploma in Pittura presso l’accademia di Belle Arti di Venezia. Da allora si è sempre interessata di pittura approfondendo la propria conoscenza tecnica nei settori del Trompe l’oeil, della pittura ad acrilico, dell’acquerello, realizzando opere sia per privati che per locali pubblici.  AREA3 l’ha avvicinata per comprendere che cos’è il bodypainting e per valorizare le opere di questa straordinaria interprete.

Cosa significa, per lei, essere “pittrice di corpi”?
«Dipingere un corpo è molto diverso dal dipingere una tela. La persona che viene dipinta fa un gesto di fiducia nei confronti di chi la dipinge e questa responsabilità che sento, mi spinge sempre a dare il meglio per creare un’opera che la persona sia contenta di “indossare”.
Dipingere sul corpo rappresenta per me incarnare un’idea, che diviene viva pur rimanendo effimera: l’opera nasce, cresce, vive, respira solo per poche ore. In questo il bodypainting assomiglia molto ai mandala creati dai monaci buddisti, i quali vengono cancellati poco dopo essere stati completati per sottolineare l’ impermanenza di ogni cosa creata. Per questo nel nostro lavoro il ruolo della fotografia è molto importante, essendo l’unico mezzo che può testimoniare la creazione e l’esistenza dell’opera. Infatti , una delle caratteristiche di quest’arte è l’esistere in sinergia con altre, come appunto la fotografia, ma anche la danza e la musica, spesso accade che chi indossa questi dipinti sia anche un performer che grazie ai propri talenti fa vivere l’opera in maniera personale e spettacolare».
Che cos’è il bodypainting?
«Una tra le più antiche popolazioni che fa uso del bodypainting sono gli aborigeni Australiani: dal 60.000 a.C. dipingono i loro corpi a scopo rituale, celebrativo e propiziatorio. Ma la pittura sul corpo è stata praticata in tutti i tempi e in tutti i luoghi, dagli uomini della preistoria agli Egizi, dai Sumeri ai Giapponesi agli indiani d’America. I colori utilizzati erano tutti di origine naturale, quindi vegetale e minerale, provenienti dal luogo stesso dove gli abitanti erano insediati. Venivano applicati poi sulle parti del corpo da decorare, usando dita o pennelli.
Tutt’oggi, in molte zone del pianeta come Amazzonia, savane africane, giungle indiane, quest’arte viene praticata per scopi sciamanici e rituali. Nel mondo globalizzato ha invece assunto significati completamente diversi. Nel 1933 Max Factor, dopo aver truccato interamente la sua modella, la espose alla Fiera Mondiale di Chicago, il risultato fu l’immediato arresto di entrambi per disturbo alla quiete pubblica. Questo evento segnò l’inizio del bodypainting moderno, anche se sarebbero dovuti passare ancora molti anni prima che venisse riconosciuto e accettato come forma d’arte. Dagli anni novanta ad oggi, il bodypainting ha vissuto una rapida ascesa trovando applicazione nel settore pubblicitario, cinematografico e artistico in genere, oltre che come forma d’arte autonoma. Attualmente, in molte parti del mondo, Italia compresa, si tengono festival e concorsi di carattere internazionale interamente dedicati al bodypainting».

Da quanto tempo pratica bodypainting e in che modo ha scoperto questa passione?
«Dipingo da più di venticinque anni e nel tempo ho realizzato murales, decorazioni pittoriche e opere su tela con le quali ho anche partecipato a numerose mostre, sia collettive che personali. Nel 2011 ho sentito la necessità di approcciarmi a qualcosa di nuovo in campo pittorico e cercavo una superficie da dipingere che non avessi ancora usato, avendo già sperimentato quasi ogni tipo di supporto, tela, muro, soffitti, legno, vetro, stoffa, carta.. Fu da questa riflessione che mi venne l’idea del corpo umano. Cominciai a documentarmi sui colori adatti a questo uso e dopo varie ricerche, entrai finalmente in possesso della mia prima tavolozza per dipingere sulla pelle ed iniziai quindi a fare le prime sperimentazioni sul viso. Cominciai a trovare, grazie al web, altri artisti che si dedicavano alla pittura di corpi già da prima di me. Poi, nel dicembre 2013, volendo capire meglio come funzionasse quest’arte, decisi di iscrivermi ad un corso di una giornata tenuto a Milano da Matteo Arfanotti, uno dei migliori artisti italiani, già campione mondiale e italiano per questa disciplina. In quell’occasione appresi la notizia di un concorso a Carrara previsto per febbraio 2014, il Winter bodyart festival, e decisi di lanciarmi: fu in occasione di quel concorso che dipinsi un corpo intero per la prima volta…dopodiché, non ho più smesso!
Esistono scuole per questa disciplina?
Attualmente esistono delle scuole sia in Italia che all’estero di make up e trucco teatrale, che al loro interno hanno attivato anche corsi di bodypainting».

body painting 2
Secondo quali criteri sceglie i suoi modelli?
«La modella o il modello vengono scelti in base ad alcuni requisiti fondamentali: devono innanzitutto amare quest’arte, avere una bella presenza, essere pazienti, visto che la posa per un lavoro completo può variare dalle due alle otto ore, avere la capacità di posare in maniera disinvolta davanti alle macchine fotografiche e, possibilmente, avere delle doti espressive, come ad esempio la danza o il canto, nel caso in cui l’evento richieda l’esibizione sul palco dell’opera realizzata. In molte occasioni, la modella è stata mia figlia Sofia».
Che tipo di tinture vengono utilizzate?
«I colori utilizzati sono tutti all’acqua, quindi lavabili con una doccia, e studiati appositamente per la pelle, traspiranti e anallergici, appartengono alla categoria dei cosmetici».

In base a cosa sceglie il tema da rappresentare sul corpo? Ci sono tematiche che preferisce o sente particolarmente sue?
«Quando si partecipa ad un concorso, il tema viene dato dall’organizzazione, ma generalmente il tema è libero, tranne nei casi in cui ci sia un committente che richiede uno specifico argomento.
Personalmente, anche se il lavoro si basa su un tema dato, cerco sempre di inserire il mio linguaggio e le mie tematiche, che sono il Cosmo, l’Inconscio, il mondo dei Sogni e la Spiritualità».
è necessario un ambiente con particolari caratteristiche per dipingere?
«Generalmente riesco ad adattarmi a tutti gli ambienti, ma è fondamentale che ci siano buone condizioni di luce.
Ha vinto numerosi premi, l’ultimo a Riposto in Sicilia, che sensazioni le suscita vedere riconosciuta e premiata questa sua arte?
è una gran bella soddisfazione! Dietro ad un progetto ci sono molte ore di studio, di progettazione dei disegni, studio della composizione e dei colori e talvolta anche ore di prove . Tutto ciò per arrivare all’esecuzione vera e propria il più possibile preparati in ogni dettaglio. Questo anche perché il tempo impone dei limiti imperativi, ad esempio in un concorso generalmente si hanno a disposizione 6 o 7 ore. Quando il tempo scade, bisogna abbandonare i pennelli e quel che è fatto è fatto! Sempre, anche in un lavoro su commissione bisogna tenere conto del tempo, anche se con più elasticità, in quanto i modelli non possono posare all’infinito. Non da ultimo, soprattutto quando si parla di concorsi, bisogna tener presente che ci sono molte spese per gli spostamenti, i materiali e i modelli stessi, quindi veder riconosciuta e premiata la propria arte ripaga in termini di soddisfazione tutta la fatica che ci sta dietro.
Ma c’è anche un altro motivo di soddisfazione, più sottile se vogliamo e più importante: vedere la mia arte riconosciuta significa che sono riuscita a trasmettere qualcosa, un’emozione, un messaggio, un pensiero, un’idea, qualcosa che lascia un segno, una traccia di luce, un seme. Questo è il motivo per cui dipingo, che siano quadri o corpi. Credo che il linguaggio dei segni e dei colori possa trasmettere qualcosa di spirituale, che va da anima ad anima; è un linguaggio multidimensionale che ci permette di vedere ciò che la razionalità non contempla. L’Arte apre le porte verso altri mondi e il suo compito, secondo me, è quello di infondere bellezza, armonia e speranza in questo mondo».

Adolfo Nicoli: il dentista con la passione per la scultura

di Rino Boseggia Fotografie: Maurizio Pilon

Adolfo Nicoli, da anni esercita la professione di dentista. Per caso ha scoperto di avere una grande passione per i cavalli e per la scultura

Per un dentista molto stimato, che da anni esercita in uno studio di San Bonifacio, ma con le radici affondate a Lonigo, maneggiare con disinvoltura il trapano per curare una carie dentale o per devitalizzare un molare non rappresenta certo un esercizio di difficile esecuzione. Imparare, invece, ad usare con maestria lo scalpello pneumatico per lavorare blocchi di pietra o una turbina ad aria per incidere delle mattonelle, è sicuramente un merito che va al di là del semplice hobby.
Per non parlare dei cavalli, una passione che era nel DNA del nostro dentista-scultore, colmata, nei primi anni settanta, quando ha vinto un cavallo messo in palio dalla Vidal. «Un cavallo bianco come quello della pubblicità del bagnoschiuma Vidal, che correva felice in mezzo agli acquitrini sollevando spruzzi d’acqua».
A raccontarci il simpatico episodio è Adolfo Nicoli, dentista con studio a San Bonifacio fin dai primi anni settanta, leoniceno doc anche se i primi vagiti del futuro dentista, sul finire della guerra, vengono emessi in un casolare di Bonaldo, una frazione che in quegli anni stava per metà sotto il comune di Arcole e per metà sotto Veronella. Adolfo fa parte di una famiglia tra le più conosciute a Lonigo, un paese che ha sempre amato fin dalla prima infanzia.
«Ricordo ancora adesso, a sessant’anni di distanza – ci confida Adolfo che abita con la moglie Paola in una casa isolata sulla collina di Sarego da cui si ammira, oltre  alla sottostante Rocca Pisana, un panorama ineguagliabile – la prima volta che vidi Lonigo. Provenivo con i miei dalla strada che da Bagnolo porta in città. Giunto a un centinaio di metri dall’ippodromo, dopo aver superato la curva della Rotonda, ho avuto subito l’impressione di essere giunto nel paese dei miei sogni di bambino. Al circolo, pieno di alberi maestosi, c’erano frotte di ragazzini che giocavano a rincorrersi e che non si curavano affatto del nuovo arrivato. E poi mi è apparso sullo sfondo il maestoso Palazzo Pisani. In una parola: mi sono subito innamorato di Lonigo che considero ancora adesso uno dei più bei paesi di tutto il Veneto».

Adolfo mi racconti del cavallo bianco della Vidal…
«Dopo gli studi e la laurea, mi trasferisco nel 1972 a San Bonifacio dove inizio la mia attività di dentista. Poco dopo il matrimonio mia moglie Paola acquista una confezione di bagnoschiuma Vidal che conteneva alcune cartoline da spedire: chi veniva estratto riceveva in regalo un bel cavallo bianco. Mai avrei lontanamente immaginato di vincere quel singolare premio. Ed invece accade che quel meraviglioso cavallo bianco giunge a casa mia come un pacco postale. Dove metterlo? Certamente non nel garage di casa mia a San Bonifacio. Dopo una riunione di famiglia decidiamo di ricavare una piccola stalla e un box nella lavanderia (dove si faceva la “liscia”) della vecchia casa a Lonigo, in via Roma».

Ma era appassionato di cavalli?
«Si ma non avevo mai posseduto un cavallo in vita mia e non ero mai salito in groppa ad un quadrupede. A dire il vero avevo provato ammirazione nel vedere Piero Bellieni cavalcare un bellissimo cavallo in via Roma lastricata di ciottoli. Ancora adesso mi ricordo il portamento regale del cavaliere, l’eleganza dell’animale e il suono cadenzato degli zoccoli sul selciato. Mai, però, avrei immaginato di possedere un cavallo. Quello bianco della Vidal ricevuto in premio dopo poco tempo morì, ma intanto era nata una grande passione. Vedendo una manifestazione all’ippodromo di volteggiatori a cavallo, mia moglie Paola si entusiasmò così tanto da chiedermi: «Perché non lo facciamo anche noi nel nostro maneggio?». Il desiderio divenne realtà dopo aver fondato un’associazione equestre a San Bonifacio e aver ristrutturato una casa in periferia. Nasce così “Lo Sperone” un’associazione no profit che con il supporto di un istruttore argentino, Nelson Vidoni, si proponeva di insegnare il volteggio, riuscendo a portare gli allievi prima a livello nazionale vincendo il campionato italiano con una “Prima classificata”, Chiara Posenato (oggi medico chirurgo specialista in medicina dello sport) e una “Seconda classificata”, Elisabetta Dal Monte, fino ad arrivare all’attuale campionessa del mondo: Anna Cavallaro di Belfiore d’Adige (VR), che ha iniziato la sua attività allo Sperone. Ma non solo anche l’ippoterapia per i bambini diversamente abili. L’attività nei primi anni si svolgeva sotto un tendone da circo che è caduto tre volte…».

Nicoli 3

E dopo il tendone, la struttura fissa…
«Esatto. La società stava crescendo e così, dopo aver ottenuto il permesso dal comune di San Bonifacio, abbiamo costruito una struttura stabile in via Masetti, nelle vicinanze della strada Porcilana».
La casa in collina e la passione per la scultura
E come le è venuta la passione per la scultura?
«Il tutto è nato per caso negli anni ‘90. Vicino al maneggio ho trovato una lastra di marmo Biancone. Nel ricordarmi che il logo di Pavarotti usato per un concorso ippico ritraeva una chiave di violino con un cavaliere che lo attraversava, ho iniziato a disegnare sul marmo un cavallo che saltava lo  “Sperone” il tutto con l’aiuto di uno scalpellino. Il mio grande amico maniscalco Carlo Cosaro,  con il quale ho condiviso la mia passione equestre, nel vedermi all’opera, mi consigliò di attrezzarmi di un compressore e così ho iniziato a scolpire  le pietre prima nelle scuderie poi  qui a casa mia…». E da allora è iniziato il desiderio di trasmettere prima sulla pietra poi sulle mattonelle le mie emozioni dando loro forma».

Una casa, sopra la collina di Sarego, che è il luogo ideale per un “artista”…
«Venire ad abitare in questa casa è stato un vero colpo di fortuna. Su consiglio dell’ing. Salvagnini, che si era fatto costruire una casa sopra Meledo Alto, capito sopra questo cocuzzolo pieno di sterpaglie e mi innamoro subito del luogo, isolato da tutto ma che ti permette di vedere un panorama incredibile dalla pianura alle montagne circostanti che vanno dal Monte Baldo all’Altipiano di Asiago. Per tutta una serie di vicende vengo a sapere che il terreno è stato sottoposto all’asta. Concorro, ma per una inezia la mia offerta era inferiore rispetto ad un’altra.  Seppur a malincuore dimentico la vicenda. Intanto il nuovo proprietario del terreno fa costruire una casa che poi viene posta in vendita ed è quella dove abito. E questa volta non mi lascio perdere la seconda occasione».

Una casa dove le sculture sono presenti ovunque, dal portone d’ingresso al giardino , fino al teatro ricavato nella parte che domina tutta la pianura sottostante. Da dove arriva l’ispirazione?
«Vorrei premettere che non mi sento uno scultore professionista, ma soltanto un appassionato, Mi piace la materia pietra o marmo che sia. Disegno e poi mi metto allo scalpello. Comunque ho scoperto che realizzare con le proprie mani dà una grande soddisfazione. Anche il teatro che vede, con la sua scalea, sono riuscito a costruirlo da solo, con l’aiuto di mio figlio, mettendo insieme i sassi sparsi, presenti sulla collina. L’idea è venuta da un collega medico-oculista – scrittore il Dott. Buscemi Corrado che, dopo una gita in Sicilia, da lui organizzata, mi ha suggerito di fare un teatro.  Per la sua realizzazione mi sono ispirato al teatro greco-romano di Taormina dopo una visita alla città siciliana. Le simbologie presenti si richiamano alla mitologia greca e romana. Ricordi di liceo». Chi desidera conoscere in dettaglio le opere di Adolfo Nicoli può visitare il sito www.adolfonicoli.com

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