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Tag: Fotografia

Silvia Bernardini Mugna

Silvia Benardini Mugna è stata artefice e protagonista di un movimento culturale che ha interessato per molti anni, nel secolo appena passato, la cultura di Lonigo. Da attenta osservatrice quale ella fu, con la sua penna seppe cogliere con vena poetica e un filo di piacevole umorismo le emozioni e la quotidianità della sua gente

Era nata nel 1896 a Lonigo. La sua famiglia apparteneva a quella borghesia che si era andata formando alla fine dell’Ottocento e che si sarebbe ben espressa nei primi decenni del Novecento. In quel periodo Lonigo aveva saputo coniugare efficientemente fede e progresso, riuscendo a edificare contemporaneamente un grande Duomo e uno splendido teatro . Una città effervescente, piena di vitalità con le filande, i mercanti, il Circolo (l’ippodromo cittadino), le giostre, i cavalli e la Fiera.
Il padre di Silvia, un ingegnere di Venezia, era arrivato nella nostra città quale insegnante all’Istituto Tecnico.  Aveva poi sposato la figlia del farmacista Carazza, titolare della farmacia che ancora oggi si trova agli inizi di via Garibaldi, proprietà della famiglia Cardi.
Silvia aveva una sorella di nome Maria che avrebbe sposato Levade, proprietario di una orologeria sempre in via Garibaldi. Ebbe da giovane un’educazione buona e, come si usava allora nelle famiglie benestanti, apprese il cucito, un po’ di cucina,  canto, musica, letteratura, pittura e qualche nozione di lingua francese.
Come ricordava un’altra donna di talento che molti di noi hanno conosciuto, la Signora Anita Cavaggioni, Silvia Bernardini dimostrò fin da giovane particolari doti di intelligenza e di temperamento artistico. Così, ancora giovane, le furono offerti degli ottimi maestri a Verona e lei divenne un’ottima allieva. Fu attratta anche dal teatro e dall’opera, passioni che la accompagneranno per tutta la vita.
In quelle sue trasferte di studio e cultura nella città scaligera la accompagnava spesso un amico di famiglia Mugna Giobatta, detto Tita che Silvia chiamava scherzosamente “Papà Condusi”. Era questo signore il figlio di Giuseppe Mugna, un personaggio molto in evidenza a Lonigo, che aveva ricoperto cariche pubbliche e civili e che aveva fatto costruire una bellissima villa nel centro della città, l’edificio che noi tutti conosciamo come l’attuale sede municipale. Ebbene accadde che i due nonostante la grande differenza di età, più di 20 anni. convolarono a nozze.

commedia in villa
Lei diventò così la signora Mugna e andò ad abitare nel grande palazzo vicino al Duomo. Una residenza signorile con sette persone di servizio, un cocchiere con carrozza e un’automobile. Con il suo spirito giovanile in breve tempo seppe trasformare la nuova residenza in un ricco e movimentato salotto aperto alla cultura e all’arte. Una villa dove la presenza di artisti e letterati era continua.
Da studentessa divenne in breve tempo mecenate dei suoi insegnanti. Accanto al pittore Dall’Oca Bianca, al poeta dialettale Berto Barbarani e al musicista Renato Simoni seppe riunire gli amici leoniceni a cui aveva trasmesso il piacere della poesia e del teatro; ricordo i Levade, i Cassia, i Calzavara, la signorina Dora Sandri, i Carlotto, i De Pieri e Rossettini. Riuscì a convincere il marito a creare un piccolo teatro nel salone della villa per le rappresentazioni musicali, le commedie e le recite. Ad aiutarla in questa sua avventura culturale si affiancò un grande attore Primo Piovesan di Vicenza che amava chiamare questo luogo di aggregazione “il teatro giocondo”. Lei stessa aveva una spontanea vena poetica e componeva poesie e commedie. Con l’aiuto di Berto Barbarani si fece presentare nei circoli culturali più in voga, in particolare in quelli dialettali, partecipando anche a concorsi di poesia e a convegni ed incontri letterari.
Alcuni suoi lavori furono in quegli anni pubblicati su una prestigiosa rivista culturale dell’epoca “La Musa Veneta”, che purtroppo ebbe una esistenza molto breve. Su questa rivista, con cadenza quindicinale, aveva tra l’altro iniziato a pubblicare a puntate un romanzetto, un giallo, “La lettera scarlata”, veramente coinvolgente anche perché ambientato a Lonigo. Purtroppo a causa dell’interruzione della rivista non ho mai avuto il piacere di conoscere la conclusione della vicenda.
La gran parte dei suoi scritti erano composti in un dialetto particolare, un misto tra quello veronese e quello vicentino. Composizioni sempre legate alla sua terra, Lonigo, con una particolare attenzione alla vita dei cittadini, raccontando o sottolineando le emozioni, le paure e le incertezze umane. Dal balcone, offertole dalla sua posizione sociale, riusciva a leggere e a raccontare in poesia e in prosa la vita e la società leonicena. Spesso il tutto condito da un filo ironico e burlesco, quasi goldoniano. Alcune sue poesie contengono una forte carica che trasmette tutte le emozioni sprigionate dai tramonti, dal vento, dalla pioggia e dalle stagioni che molti di noi hanno vissuto muovendosi nelle vie, nelle piazze e sotto gli ippocastani del circolo di Lonigo. Fu testimone con la sua penna degli avvenimenti più importanti e le sue parole si caricarono delle aspettative per l’arrivo della Fiera di marzo coltivate dai cittadini di ogni età.
Per oltre dieci anni, grazie alla sua capacità organizzativa e alle disponibilità economiche, l’ambiente culturale di Lonigo ruotò attorno a lei. Una vera appassionata di teatro in cui lei rivestiva il ruolo di compositrice, quello di regista, a volte comparsa e altre quello di  prima donna. Il 27 aprile 1929 una sua composizione fu rappresentata con successo al teatro Comunale di Lonigo,“Fantasie blu”. Non fu l’unica rappresentazione pubblica. Anche il teatro di Cologna Veneta presentò delle sue commedie. In effetti le sarebbe piaciuto poter pubblicare i suoi lavori, ma a dire la verità non si impegnò mai veramente per la pubblicazione.
Qualche anno dopo un tracollo finanziario della famiglia la costrinse ad abbandonare la villa e a trasferirsi a Lobbia. Questo non le impedì di coltivare anche là la passione per la cultura. Berto Barbarani andò spesso a trovarla e anche Dall’Oca Bianca. Con alcune delle sue amiche continuò a mantenere vivo il suo salotto, certo non più con lo sfarzo e l’impegno di un tempo, dilettandosi a comporre e a scrivere. Quando il marito morì negli anni cinquanta, ritornò a Lonigo nella casa paterna, la palazzina che si trova ancora oggi in via Roma vicino al Circolo.
Non riprese la vita mondana, ma continuò in modo riservato a mantenere vivo il suo interesse per la cultura e la società, ricevendo quotidianamente le sue anziane amiche nel salotto di casa per conversare come un tempo davanti ad un tè e a dei pasticcini. E come si addiceva alla vecchia buona società, si chiudeva l’incontro con una partitina a carte. Ed è in uno di questi momenti che la conobbi.
Un pomeriggio di molti anni fa mi venne chiesto di partecipare quale quarto giocatore in sostituzione di un’amica assente. Fu in quella circostanza che conobbi, in Via Roma, la padrona di casa: la signora Silvietta Mugna, come confidenzialmente era chiamata dalle amiche. Salii al primo piano in una sala arredata con mobili antichi e con delle vecchie stampe appese alle pareti. Ricordo che mi venne offerta una tazza di tè con dei biscottini. Un rito questo per me inusuale. A volte la briscola lasciava il posto al poker puntando delle fiches rappresentate da chicchi di riso. In quei pomeriggi il gioco si chiudeva con un bicchierino di vermouth. Non ricordo quante volte mi recai nella casa della signora Mugna, non molte, perché la signora assente rientrò presto in gioco.
Quei pomeriggi furono per me un vero avvenimento perché mi hanno permesso di essere partecipe di uno degli ultimi sprazzi di vita di una società che era stata protagonista di un periodo vorrei dire rinascimentale per la storia di Lonigo, almeno sotto l’aspetto culturale.
Aggiungo che in quelle ore pomeridiane non si era solo giocato, ma mi era stata offerta la possibilità di visitare una dimora di una grande signora dove avevo potuto toccare con mano delle testimonianze rare come lo spadino che stava appoggiato sulla cassapanca all’ingresso e che era appartenuto all’ultimo podestà veneto di Lonigo e conoscere la storia delle stampe appese alle pareti, suoi cari ricordi. Mi parlò anche dei personaggi che lei aveva conosciuto e che erano stati  protagonisti della cultura e della storia della nostra città e di uomini e donne semplici pure essi protagonisti di alcune vicende cittadine.
Per me la signora Mugna rappresentava l’anima degli ambienti di una città diversa da quella che conoscevo e che stava sfumando in un forte anonimato. Qualche tempo più tardi, mentre attraversava la strada davanti al Duomo, fu investita da un’automobile. Dopo una lunga degenza presso l’ospedale di Lonigo fu trasferita alla Casa di riposo di Montebello, ma la signora Silvia Bernardini Mugna non era più quella da me conosciuta: lo shock subito e l’età avanzata le avevano offuscato la memoria.
Trascorsi alcuni anni, mentre la sua Lonigo viveva ancora la propria incolore quotidianità, silenziosamente si spense, era il novembre del 1983.

Microsoft Word - Foto Teatro Fantasie blu.doc

Faccia da Selfie

di Chiara Ballan, Maddalena Peruzzi e Rino Boseggia

Sei hai uno smartphone, se i social network sono il tuo pane quotidiano e ti piace la fotografia, allora non puoi non sapere cosa significa “SELFIE”. Infatti questa nuova parola ha fatto capolino nel linguaggio di tutti i teenager e non solo

Se vedete qualcuno che si aggira per la strada con un braccio teso sopra la testa, sappiate che non si sta riparando dal sole: si sta scattando un selfie. Oggi si dice selfie, ma non tratta d’altro che di riproporre il vecchio autoscatto. Il termine, che si è diffuso agli inizi degli anni 2000 ed è entrato anche nell’uso italiano come prestito non adattato dall’inglese, sta infatti ad indicare una fotografia che si scatta a se stessi, senza l’ausilio della temporizzazione, con lo scopo di diffonderla attraverso i social network come Facebook, Twitter, Instagram ecc.
Se all’inizio il fenomeno sembrava una delle puntuali influenze stagionali che colpisce i giovani, oggi sbirciando tra i social non si può fare a meno di constatare che ha contagiato persone di tutte le età: da moda si è trasformato in una vera e propria cultura. Nell’era digitale la comunicazione è infatti diventata anche questo: basta puntare l’obiettivo dello smartphone verso le proprie facce, scattare e condividere per far sapere a tutti in tempo reale dove ci si trova, di chi si è in compagnia e qual è l’umore del momento. Il selfie diventa così una forma di racconto di come ci si vede e di come si vuole apparire. Alcuni vanno ben oltre e, rispolverando la formula cartesiana, la ripropongono in “mi fotografo dunque sono”. Non deve dunque essere considerata solo come forma di ricerca di approvazione sociale, ma anche come modo per riavvicinarsi a se stessi per riacquistare autostima e guardare alla propria immagine in senso positivo. Così negli Usa è già nata la selfie-terapia e chi la usa assicura che aiuta a ritrovare un dialogo con se stessi.
I vip non fanno eccezione, anzi condividono sui social selfie in continuazione un po’ per narcisismo e un po’ per autopromozione. Tra i selfie più famosi del mondo ricordiamo l’autoscatto di Madonna in lingerie mentre sorseggia champagne (la classe non è acqua…ma nemmeno champagne), quello di Barak Obama con il primo ministro del Regno Unito David Cameron e la premier danese Helle Thorning-Schmidt, iniziativa non molto apprezzata dalla first lady Michelle che rimane fuori dall’inquadratura vistosamente contrariata. Ma c’è uno sviluppo ancora più divertente, perché subito dopo Michelle cambia di posto e si siede proprio tra il marito e la bella Helle: cosa può fare un selfie! Famosissimi poi anche gli autoscatti con Papa Francesco che si presta a questo genere di pratiche con una semplicità disarmante. Infine, non sei italiano se non ti sei fatto almeno un selfie con il premier Renzi, il quale non è chiaro se abbia il dono dell’ubiquità, ma di sicuro ha lo scatto facile o meglio l’autoscatto facile.

Di selfie si può parlare anche come fenomeno avulso da cenni patologici, ovvero come manifestazione di uno dei tanti modi che negli anni hanno aiutato l’uomo a conoscersi e a farsi conoscere. Quello che di filosofico ha il selfie ce lo racconta Flavio Dal Bosco, insegnante di filosofia presso il Liceo “Lodovico Pavoni” di Lonigo.
Quale dimensione dell’uomo emerge dall’atto di scattare selfie?
Stiamo parlando dell’evoluzione dell’autoscatto e certamente il selfie deve essere considerato come un fenomeno sociale: infatti quando qualcuno si scatta una foto lo fa pensando di condividerla sui social subito dopo. Tali intenzioni seguono necessariamente le possibilità fornite dal mezzo che si utilizza, per lo più lo smartphone, il quale permette di postare nell’immediatezza lo scatto appena rivolto verso se stessi.
E con questo che cosa si vuole dimostrare agli altri?
Si propone un’immagine di sé che non è spontanea perché programmata al fine di condividerla. è una narrazione diversa dal diario perché viene pensata per un pubblico che sa già quali emozioni e quali contesti aspettarsi. I selfie devono infatti riguardare momenti felici, emozioni positive e facce buffe. In rete circolano numerosi video che rivelano la storia dietro ad un selfie, perché molte volte il sorriso condiviso sui social network è il risultato di una forzatura degli amici che hanno voluto a tutti i costi scattare quella foto. Non è come uno specchio, ma l’immagine di noi che vogliamo dare agli altri, una finzione che imponiamo pure a noi stessi.
Perché guardiamo e condividiamo i selfie degli altri?
Con i social network questo fenomeno diventa virale. L’idea che deve passare è che chi viene immortalato si sta divertendo mentre chi guarda deve provare invidia per non aver vissuto quel momento idilliaco immortalato. Un selfie si scatta infatti in un posto che non si è soliti frequentare, preferibilmente accompagnandosi a persone carine e popolari. In questo modo è diventato una sorta di rito.

Selfie Ale

Come eravamo 1920 – 1970

Di Paola Bosaro

Come eravamo 1920

Centinaia di visitatori alla prima edizione (si sta già pensando di riproporla alla Festa del Carmine e a San Gregorio) della mostra fotografica «Come eravamo 1920-1970», proposta alla seconda festa della verza moretta dai volontari di “Salviamo Corte Grande”. Sono state più di 80 le foto d’epoca esposte, suddivise in quattro sezioni, dedicate ai lavori, alle feste e cerimonie, alla vita pubblica e familiare di 50 anni del Novecento veronellese. «La coltivazione della verza moretta era diffusa a Veronella già al termine del 1800 e di sicuro nel periodo di riferimento della mostra», ha spiegato Romano Prando, storico del Comitato. «È stata un’importante fonte di reddito per le famiglie locali, sia per il cuore dell’ortaggio che veniva mangiato o venduto, sia per le foglie più esterne, grandi, verdi e fresche, che erano usate per l’alimentazione del bestiame della stalla e del cortile. La verza inoltre, poiché matura in pieno inverno, era l’unica fonte di foraggio fresco per gli animali di casa.

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