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Tag: Patrimonio

Silvia Bernardini Mugna

Silvia Benardini Mugna è stata artefice e protagonista di un movimento culturale che ha interessato per molti anni, nel secolo appena passato, la cultura di Lonigo. Da attenta osservatrice quale ella fu, con la sua penna seppe cogliere con vena poetica e un filo di piacevole umorismo le emozioni e la quotidianità della sua gente

Era nata nel 1896 a Lonigo. La sua famiglia apparteneva a quella borghesia che si era andata formando alla fine dell’Ottocento e che si sarebbe ben espressa nei primi decenni del Novecento. In quel periodo Lonigo aveva saputo coniugare efficientemente fede e progresso, riuscendo a edificare contemporaneamente un grande Duomo e uno splendido teatro . Una città effervescente, piena di vitalità con le filande, i mercanti, il Circolo (l’ippodromo cittadino), le giostre, i cavalli e la Fiera.
Il padre di Silvia, un ingegnere di Venezia, era arrivato nella nostra città quale insegnante all’Istituto Tecnico.  Aveva poi sposato la figlia del farmacista Carazza, titolare della farmacia che ancora oggi si trova agli inizi di via Garibaldi, proprietà della famiglia Cardi.
Silvia aveva una sorella di nome Maria che avrebbe sposato Levade, proprietario di una orologeria sempre in via Garibaldi. Ebbe da giovane un’educazione buona e, come si usava allora nelle famiglie benestanti, apprese il cucito, un po’ di cucina,  canto, musica, letteratura, pittura e qualche nozione di lingua francese.
Come ricordava un’altra donna di talento che molti di noi hanno conosciuto, la Signora Anita Cavaggioni, Silvia Bernardini dimostrò fin da giovane particolari doti di intelligenza e di temperamento artistico. Così, ancora giovane, le furono offerti degli ottimi maestri a Verona e lei divenne un’ottima allieva. Fu attratta anche dal teatro e dall’opera, passioni che la accompagneranno per tutta la vita.
In quelle sue trasferte di studio e cultura nella città scaligera la accompagnava spesso un amico di famiglia Mugna Giobatta, detto Tita che Silvia chiamava scherzosamente “Papà Condusi”. Era questo signore il figlio di Giuseppe Mugna, un personaggio molto in evidenza a Lonigo, che aveva ricoperto cariche pubbliche e civili e che aveva fatto costruire una bellissima villa nel centro della città, l’edificio che noi tutti conosciamo come l’attuale sede municipale. Ebbene accadde che i due nonostante la grande differenza di età, più di 20 anni. convolarono a nozze.

commedia in villa
Lei diventò così la signora Mugna e andò ad abitare nel grande palazzo vicino al Duomo. Una residenza signorile con sette persone di servizio, un cocchiere con carrozza e un’automobile. Con il suo spirito giovanile in breve tempo seppe trasformare la nuova residenza in un ricco e movimentato salotto aperto alla cultura e all’arte. Una villa dove la presenza di artisti e letterati era continua.
Da studentessa divenne in breve tempo mecenate dei suoi insegnanti. Accanto al pittore Dall’Oca Bianca, al poeta dialettale Berto Barbarani e al musicista Renato Simoni seppe riunire gli amici leoniceni a cui aveva trasmesso il piacere della poesia e del teatro; ricordo i Levade, i Cassia, i Calzavara, la signorina Dora Sandri, i Carlotto, i De Pieri e Rossettini. Riuscì a convincere il marito a creare un piccolo teatro nel salone della villa per le rappresentazioni musicali, le commedie e le recite. Ad aiutarla in questa sua avventura culturale si affiancò un grande attore Primo Piovesan di Vicenza che amava chiamare questo luogo di aggregazione “il teatro giocondo”. Lei stessa aveva una spontanea vena poetica e componeva poesie e commedie. Con l’aiuto di Berto Barbarani si fece presentare nei circoli culturali più in voga, in particolare in quelli dialettali, partecipando anche a concorsi di poesia e a convegni ed incontri letterari.
Alcuni suoi lavori furono in quegli anni pubblicati su una prestigiosa rivista culturale dell’epoca “La Musa Veneta”, che purtroppo ebbe una esistenza molto breve. Su questa rivista, con cadenza quindicinale, aveva tra l’altro iniziato a pubblicare a puntate un romanzetto, un giallo, “La lettera scarlata”, veramente coinvolgente anche perché ambientato a Lonigo. Purtroppo a causa dell’interruzione della rivista non ho mai avuto il piacere di conoscere la conclusione della vicenda.
La gran parte dei suoi scritti erano composti in un dialetto particolare, un misto tra quello veronese e quello vicentino. Composizioni sempre legate alla sua terra, Lonigo, con una particolare attenzione alla vita dei cittadini, raccontando o sottolineando le emozioni, le paure e le incertezze umane. Dal balcone, offertole dalla sua posizione sociale, riusciva a leggere e a raccontare in poesia e in prosa la vita e la società leonicena. Spesso il tutto condito da un filo ironico e burlesco, quasi goldoniano. Alcune sue poesie contengono una forte carica che trasmette tutte le emozioni sprigionate dai tramonti, dal vento, dalla pioggia e dalle stagioni che molti di noi hanno vissuto muovendosi nelle vie, nelle piazze e sotto gli ippocastani del circolo di Lonigo. Fu testimone con la sua penna degli avvenimenti più importanti e le sue parole si caricarono delle aspettative per l’arrivo della Fiera di marzo coltivate dai cittadini di ogni età.
Per oltre dieci anni, grazie alla sua capacità organizzativa e alle disponibilità economiche, l’ambiente culturale di Lonigo ruotò attorno a lei. Una vera appassionata di teatro in cui lei rivestiva il ruolo di compositrice, quello di regista, a volte comparsa e altre quello di  prima donna. Il 27 aprile 1929 una sua composizione fu rappresentata con successo al teatro Comunale di Lonigo,“Fantasie blu”. Non fu l’unica rappresentazione pubblica. Anche il teatro di Cologna Veneta presentò delle sue commedie. In effetti le sarebbe piaciuto poter pubblicare i suoi lavori, ma a dire la verità non si impegnò mai veramente per la pubblicazione.
Qualche anno dopo un tracollo finanziario della famiglia la costrinse ad abbandonare la villa e a trasferirsi a Lobbia. Questo non le impedì di coltivare anche là la passione per la cultura. Berto Barbarani andò spesso a trovarla e anche Dall’Oca Bianca. Con alcune delle sue amiche continuò a mantenere vivo il suo salotto, certo non più con lo sfarzo e l’impegno di un tempo, dilettandosi a comporre e a scrivere. Quando il marito morì negli anni cinquanta, ritornò a Lonigo nella casa paterna, la palazzina che si trova ancora oggi in via Roma vicino al Circolo.
Non riprese la vita mondana, ma continuò in modo riservato a mantenere vivo il suo interesse per la cultura e la società, ricevendo quotidianamente le sue anziane amiche nel salotto di casa per conversare come un tempo davanti ad un tè e a dei pasticcini. E come si addiceva alla vecchia buona società, si chiudeva l’incontro con una partitina a carte. Ed è in uno di questi momenti che la conobbi.
Un pomeriggio di molti anni fa mi venne chiesto di partecipare quale quarto giocatore in sostituzione di un’amica assente. Fu in quella circostanza che conobbi, in Via Roma, la padrona di casa: la signora Silvietta Mugna, come confidenzialmente era chiamata dalle amiche. Salii al primo piano in una sala arredata con mobili antichi e con delle vecchie stampe appese alle pareti. Ricordo che mi venne offerta una tazza di tè con dei biscottini. Un rito questo per me inusuale. A volte la briscola lasciava il posto al poker puntando delle fiches rappresentate da chicchi di riso. In quei pomeriggi il gioco si chiudeva con un bicchierino di vermouth. Non ricordo quante volte mi recai nella casa della signora Mugna, non molte, perché la signora assente rientrò presto in gioco.
Quei pomeriggi furono per me un vero avvenimento perché mi hanno permesso di essere partecipe di uno degli ultimi sprazzi di vita di una società che era stata protagonista di un periodo vorrei dire rinascimentale per la storia di Lonigo, almeno sotto l’aspetto culturale.
Aggiungo che in quelle ore pomeridiane non si era solo giocato, ma mi era stata offerta la possibilità di visitare una dimora di una grande signora dove avevo potuto toccare con mano delle testimonianze rare come lo spadino che stava appoggiato sulla cassapanca all’ingresso e che era appartenuto all’ultimo podestà veneto di Lonigo e conoscere la storia delle stampe appese alle pareti, suoi cari ricordi. Mi parlò anche dei personaggi che lei aveva conosciuto e che erano stati  protagonisti della cultura e della storia della nostra città e di uomini e donne semplici pure essi protagonisti di alcune vicende cittadine.
Per me la signora Mugna rappresentava l’anima degli ambienti di una città diversa da quella che conoscevo e che stava sfumando in un forte anonimato. Qualche tempo più tardi, mentre attraversava la strada davanti al Duomo, fu investita da un’automobile. Dopo una lunga degenza presso l’ospedale di Lonigo fu trasferita alla Casa di riposo di Montebello, ma la signora Silvia Bernardini Mugna non era più quella da me conosciuta: lo shock subito e l’età avanzata le avevano offuscato la memoria.
Trascorsi alcuni anni, mentre la sua Lonigo viveva ancora la propria incolore quotidianità, silenziosamente si spense, era il novembre del 1983.

Microsoft Word - Foto Teatro Fantasie blu.doc

Nuove risorse per manutenzione del territorio e nuove opere

di Matteo Crestani

San Bonifacio, 30 novembre 2015. “Il 2016 sarà un anno importante, perché grazie alle maggiori entrate previste, intendiamo onorare con ancor più vigore l’impegno assunto con i cittadini contribuenti. Saranno intensificate le opere di manutenzione ordinaria volte a salvaguardare il territorio e l’ambiente. Realizzeremo importanti interventi di bonifica per la messa in sicurezza di aree a rischio, anche in un’ottica di prevenzione, ed interventi per estendere l’irrigazione”.
Con queste parole il presidente del Consorzio di bonifica Alta Pianura Veneta, Silvio Parise, è intervenuto a seguito dell’assemblea di approvazione del bilancio di previsione 2016. Nell’ultimo quinquennio la quota di contribuenza è rimasta sempre inalterata, ma a seguito delle maggiori spese di manutenzione sostenute dall’Ente consortile, si rende improcrastinabile un ritocco dell’importo, anche per poter continuare a garantire un servizio adeguato. «L’aumento della quota nella misura del 3,48% – aggiunge il presidente Parise – trova giustificazione nelle maggiori spese sostenute in particolare dal punto di vista dei consumi energetici. L’estate trascorsa, con un’importante siccità, ha indubbiamente creato non poche difficoltà e, non vi è dubbio che abbia contribuito ad aumentare le spese, analogamente a quanto è avvenuto a seguito delle passate alluvioni».
E, proprio memore di quanto accaduto nel recente passato, il Consorzio di bonifica Alta Pianura Veneta ha deciso di intervenire con energia su alcuni nodi cruciali del territorio di competenza. Sono innumerevoli gli interventi sui quali verrà posta attenzione nel corso del 2016, ma elenchiamo di seguito quelli particolarmente degni di nota:
Messa in sicurezza dell’argine dello scolo Ferrara ad Arcugnano (VI): si tratta di un progetto di adeguamento e ricalibratura dell’argine del canale Ferrara, attività di fondamentale importanza per evitare che si susseguano, come avvenuto in passato, frequenti allagamenti dell’area abitata, con i conseguenti immaginabili danni e disagi. L’importo previsto è di 500 mila euro.
Sistemazione delle sponde delle rogge Feriana (Rettorgole di Caldogno – VI) e Porto (Cresole di Caldogno): il progetto, a seguito degli importanti avvenimenti alluvionali del 2010, prevede ulteriori interventi di sistemazione delle Rogge, situate nelle località di Caldogno e Cresole, del comune di Caldogno, nonché la loro riqualificazione dal punto di vista paesaggistico-ambientale. Il tratto di estensione è di oltre un chilometro per ciascuna roggia e l’importo previsto ammonta a 750 mila euro.
Nuovo impianto irriguo in Val Tramigna: è prevista la realizzazione, in un territorio collinare di oltre cento ettari, coltivati a vite, di un impianto irriguo a goccia. Si tratta di un intervento resosi particolarmente necessario a seguito della pesante siccità della scorsa estate e che mira a tutelare le colture specializzate dell’area collinare, preservando, quindi, l’economia ed i prodotti tipici del territorio, da sempre vocato alla viticoltura. L’intervento prevede un costo di 300 mila euro.
Messa in sicurezza del fiume Tribolo per ridurre il rischio idraulico: l’intervento prevede la realizzazione di difese di sponda, rinforzi di sponda e rispristino della funzionalità idraulica del corso d’acqua, gravemente compromessa dalle alluvioni del 2010 e 2012. L’opera si è resa necessaria a seguito dei frequenti allagamenti che hanno interessato le aree abitate ed industriali dei Comuni di Bolzano Vicentino, Quinto Vicentino e Vicenza. Il tratto oggetto di intervento riguarda un percorso, da Torri di Quartesolo alla località Ospedaletto, di oltre quattro chilometri. L’importo previsto per l’esecuzione delle opere è di 900 mila euro.
Rialzo degli argini dello Scolo Ronego a Noventa Vicentina e Poiana Maggiore (VI): il progetto prevede interventi di rialzo arginale, difese di sponda e rinforzi, per un importo complessivo di 300 mila euro, resisi necessari in particolare dopo gli importanti eventi del gennaio 2014. Il tratto interessato dalle opere si estende per circa quattro chilometri.
Messa in efficienza dell’impianto idrovoro Zerpa ad Arcole (VR): lo snodo idraulico della bonifica fondamentale per una vasta area del Veronese, attualmente alimentato a diesel, verrà reso più efficiente attraverso un’alimentazione elettrica, così da renderne più semplice la gestione ed eliminarne i malfunzionamenti.
Il progetto, infatti, contempla interventi di ammodernamento e potenziamento dell’impianto, mediante la sostituzione di una pompa, l’elettrificazione ed il telecontrollo. La spesa relativa all’intervento ammonta a 600 mila euro.
I numeri del Consorzio di bonifica Alta Pianura Veneta. È opportuno ricordare che il Consorzio di bonifica Alta Pianura Veneta gestisce 2.800 km di rete idraulica di bonifica, di cui oltre 1.200 km con funzioni miste di scolo ed irrigazione; 21 impianti idrovori di sollevamento con una potenzialità totale di oltre 60 metri cubi al secondo; 68 impianti a servizio dell’irrigazione tra cui 19 pozzi di prelievo e 49 tra impianti di sollevamento e rilancio; 310 km di rete irrigua a pressione a servizio di un’area attrezzata con impianti a pioggia ed a goccia pari a 3.400 ettari; 39.182 ettari serviti da irrigazione di cui: 3.382 con impianti a pioggia ed a goccia; 1.597 irrigati a scorrimento e 34.210 serviti da irrigazione di soccorso.

Monumento in Piazza 4 novembre

di Attila Pasi

Intervista al vicesindaco mattia veronese con una tesi di laurea su Caporetto

Mattia Veronese, appassionato di storia, nonché Vicesindaco della città di Noventa Vicentina ci racconta la giornata dedicata al 4 Novembre e come l’Amministrazione Comunale si è ben calata nel grande centenario, che abbraccia gli anni che vanno da 1914 al 1918.
«Era il 24 maggio del 1915» – ci racconta il Vicesindaco – «quando siamo entrati in guerra e quindi oggi si va a celebrare, a commemorare un evento, la Prima Guerra Mondiale, che ha portato comunque all’Italia: Trento e Trieste (molti storici hanno parlato di una Quarta guerra di indipendenza) dove il nostro Veneto ha giocato un ruolo di grande attore e che ha visto il raggiungimento di un’ Italia unita. è questo il vero sentimento che si deve recuperare: l’ideale di Unità Nazionale e un orgoglio patrio; il festeggiamento vero sta nel sentimento nazionale .
Per quanto riguarda Noventa Vicentina, come in tutti i paese d’Italia, si ricorda con il 4 Novembre la fine della Prima Guerra Mondiale (4 novembre del 1918). La piazza, che si affaccia al nostro comune, è dedicata al 4 novembre; abbiamo al centro un monumento costruito a ricordo dei caduti della Grande Guerra dove vi sono nomi di tanti nostri concittadini e cognomi che sono legati alla memoria dei nostri concittadini, cognomi che sono presenti, famiglie che vivono qui a Noventa Vicentina. Quindi quel monumento è un omaggio e un ricordo a tutte quelle persone che non sono tornare dal fronte e che hanno pagato con la propria vita l’amor patrio. Quindi dal mio punto di vista nell’osservare quell’opera che troneggia in Piazza 4 Novembre, è come essere difronte ad una tomba del Milite Ignoto. Per noi quel monumento deve essere sacro e considerato come tale».
Secondo lei quanto conta la storia e la conoscenza di essa?
«Proprio con la celebrazione del centenario in questi ultimi anni ci si è riavvicinati molto alla storia con i suoi fatti. I media, dalla carta stampata, al web, alle emittenti televisive, stanno dedicando molto spazio a questi grandi eventi, ritornano i vecchi documentari e c’è una costante ricerca di nuove storie. Si indaga e si celebra la nostra storia sempre più, è ritornato il fascino del collezionismo dei reperti bellici, come il collezionismo di carattere documentaristico legato a libri, a manifesti e a cartoline. Negli ultimi 10 anni il ricordo della grande guerra è tornato in auge e soprattutto nei nostri territori si sono ripresi sentimenti legati alle piccole storie. Dobbiamo ricordare che ogni singola nostra famiglia ha un nonno oppure un bisnonno, un avo che ha partecipato alla guerra. Ogni nostra famiglia ha un alpino, un fante, che una volta tornato a casa, ha avuto modo di raccontare i vari eventi. Ha raccontato episodi, ha ripercorso la vita di trincea. Tutti quanti noi abbiamo in soffitta almeno un reperto bellico di quel periodo».
Mi faccia un esempio a titolo personale?
«Io ho a casa delle cartoline che mi ha donato mia nonna e che facevano parte della prima guerra mondiale, spedite dal mio bisnonno che era caporale in quel di Asiago. Al tempo mio nonno scriveva alla morosa, che poi è diventata mia bisnonna, e siccome era in zona di guerra e le cartoline dovevano essere scritte senza citare dove si era. C’era un piccolo segreto, scrivevano qualche parola dolce alla morosa sotto il francobollo. Sono questi tipi di episodi, alla portata di tutte le nostre famiglie e quindi anche della mia».
Vedo in lei una grande passione per la storia, da come ci ha raccontato questi fatti, come è nato il tutto?
«Nasce dalla lettura del libro: “Il Piccolo Alpino” che mi regalò mio padre, da qui ha preso vigore la mia passione per i fatti bellici arricchita dalla lettura di molti altri libri. Alle superiori, la storia rimaneva una delle materie da me preferite, per approdare poi all’università, quando casualmente, sono passato davanti ad una vetrina di un negozio di antiquariato difronte la facoltà, scienze politiche, e c’era questo manifesto del Soldato del Mouzan. Dovete sapere che uno degli aspetti importanti della Prima Guerra Mondiale era la propaganda. Soprattutto durante la Prima Guerra Mondiale, tutta quanta la parte non bellica a partire dalle stesse attività commerciali erano comunque indirizzate a dare soldi, a sostenere con dei contributi il sostegno della causa bellica e lo stato aveva necessità di raccogliere fondi che sarebbero di conseguenza stati destinati per mantenere i soldati al fronte. Per far questo dovevano militare le coscienze come è stato fatto all’inizio del 1914. Con l’entrata in guerra l’interventismo si è trasformato in propaganda, bisognava sostenere moralmente il fronte e si cominciò a parlare del famoso fronte interno. Lo Stato ha emesso vari prestiti nazionali, ben 6, o meglio 5 durante il presidio che va dal 1915 al 1918 mentre il sesto dal 1918 al 1920 che è stato dedicato alla raccolta fondi per la riconversione.
Le banche, gli Istituti di Credito, le Poste, il Ministero stesso della difesa ha ingaggiato una serie di artisti e cartellonisti dell’epoca poiché non esistevano ancora alternative forme di comunicazione, facendo di conseguenza della cartellonistica l’elemento per eccellenza dedicato alla raccolta fondi anticipando il classico modo di fare pubblicità. Ritornando a noi… Passavo davanti a questa vetrina che esibiva un manifesto del Soldato del Mauzan, con il dito puntato, con scritto sotto: “Fate tutti il vostro dovere!”. Quella fu la mia prima numero uno! Sono entrato da studente senza soldi, avevo il desiderio di possedere quell’opera. Il negoziante mi guardò un po’ di sbieco poiché era abituato a tutto un altro genere di clientela, era ancora l’ottobre 1997. Quindi fermai l’opera e mese per mese la riscattai. Da qui nacque la mia passione per la prima guerra mondiale sulla documentaristica della grande guerra laureandomi poi su una tesi su Caporetto».

Restauro miracoloso sulla facciata del Santuario

di Chiara Ballan

Quella del 30 ottobre scorso è stata una serata ricca di emozioni per tutti coloro a cui è caro il Santuario della Madonna dei Miracoli di Lonigo. L’occasione è venuta a crearsi per la conclusione della prima fase di restauro della chiesa. Davanti ad un pubblico numeroso, i protagonisti di questi lavori hanno presentato i vari momenti delle operazioni svolte sulla facciata rinascimentale di Alvise Lamberti da Montagnana e a seguire c’è stato il concerto inaugurale offerto dai leoniceni Giulia Bolcato, soprano, Alberto Maron, al clavicembalo, e la loro ensamble comprendente un mezzosoprano, violini e violoncello. Dopo i ringraziamenti di alcuni membri del Comitato del Santuario, tra cui quelli della prof.ssa Nicoletta Nicolin e di Simona Tozzo, l’intervento della soprintendente ai beni culturali per la provincia di Vicenza Rita Drugoni ha sottolineato l’importanza della salvaguardia e della tutela di patrimoni artistici come quello di Madonna. È stato poi il momento di una vera e propria lezione di restauro da parte di Stefano Battaglia e Silvia Ulizi, rispettivamente Architetto e responsabile dei lavori e Restauratrice. Tramite delle slide hanno mostrato le varie fasi delle operazioni e hanno dimostrato che nel loro lavoro è assolutamente normale scoprire in itinere che ci sono ulteriori lavori da fare rispetto a quelli previsti dal progetto, passaggio a cui segue anche un fisiologico aumento delle spese previste.
Il cantiere si è aperto ad aprile e si è concluso un paio di mesi oltre il previsto anche per questi motivi. Ora la facciata è stata scoperta, ma sarà ancora necessario intervenire per contrastare l’umidità di risalita e opere di rifacimento delle coperture della chiesa. «è stato un lavoro collettivo- spiega Simona Tozzo- sotterraneo, di relazioni, e forse la difficoltà maggiore è stata proprio mediare tra tante persone, ma credo che siamo riusciti a smuovere qualcosa. Ovviamente non mi riferisco solo ai lavori, ma anche alla generosità della gente e delle associazioni, e dalla collaborazione vicariale e stavolta dall’interessamento di tanti giovani».
La sera del 30 ottobre, la bellezza della facciata rimessa a nuovo e illuminata dalle candele era da togliere il fiato e forse anche solo quella bellezza in sé ha ripagato di tutto il lavoro svolto finora e dà una motivazione aggiunta per proseguire nelle opere di conservazione di questo bene artistico.

Mario Vielmo racconta: quella montagna non mi vuole.

di Rino Boseggia – foto di Mario Vielmo

Intervista allo scalatore leoniceno Mario Vielmo in Nepal durante il terremoto. La spedizione era partita per conquistare un altro “ottomila” il Lhotse.

è trascorso quasi un mese dalla terribile apocalisse che si è verificata a Gorak Shep, alle falde dell’Everest, in seguito al terrificante terremoto che in Nepal ha causato più di diecimila morti. In quel campo base si trovava Mario Vielmo, a capo di una spedizione per conquistare la vetta del Lhotse. Ora Mario è tornato alla vita di sempre, nel suo negozio di casalinghi in via Garibaldi a Lonigo. Come sempre è sereno e cordiale con la stampa che lo “tampina” dopo la drammatica esperienza vissuta ai piedi dell’Everest quel sabato 25 aprile poco prima di mezzogiorno. Quando lo spaventoso sisma ha devastato il Nepal e una valanga di enormi proporzioni ha spazzato via il campo base dell’Everest, Vielmo era assieme ad alcuni amici trekker e al giornalista Tessarolo, scrittore di grande esperienza himalayana, a 5.400 metri di altezza.
«Ho visto la morte in faccia» sono state le prime parole del giornalista scrittore inviate al Giornale di Vicenza alle ore 12.56 locali di Kathmandu.

E allora Mario, riesci a dormire la notte, oppure hai ancora degli incubi?
«No assolutamente. Noi scalatori siamo abituati a tenere sotto controllo le emozioni e a mantenere il sangue freddo anche nelle situazioni più difficili ed imprevedibili. Dopo aver realizzato quanto era accaduto ed aver compreso di essere integro, mi sono subito attivato per salvare la vita a quanti, ad un cinquantina di metri dalla tenda di Annalisa dove avevo trovato rifugio, erano stati travolti dalla valanga di detriti e ghiaccio che si era staccata dalla montagna. Molti di loro, purtroppo, sono rimasti intrappolati dall’enorme cimolo di neve. Altri invece, circa il 50%, che erano stati spazzati via dalle loro tende dallo spostamento d’aria causato dalla valanga sono morti nel corso della notte proprio per le fratture riportate alle braccia, alle gambe, al bacino, al femore. Credo di aver contato una ventina di morti, nessuno di loro però apparteneva alla nostra spedizione».

Ma come siete riusciti a salvarvi?
«E’ stata una semplice fatalità, come sempre. Nel momento del terremoto e della frana ci trovavamo all’aperto, ma riparati come da un terrapieno rispetto agli altri scalatori che erano appena sopra di noi. Io quel giorno avevo un po’ di febbre e non ero al meglio della forma. Nel momento di essere investito dalla terribile massa d’aria causata dalla frana ero a pochi passa dalla piccola tenda della nostra amica medico Annalisa. Non so come ma sono riuscito ad entrare con la bocca piena di neve polverizzata. Per una trentina di secondi non sono riuscito a respirare, poi un po’ alla volta mi sono ripreso. Sono stati attimi interminabili».

Mario Vielmo

Tua mamma Teresina ad Area 3  ha confidato che a salvarti è stato tuo padre Giovanni dal cielo. Tu che dici?
«La mia fede è un po’ tiepida però posso confidarti che nella mia tenda avevo appesa una foto di papà, morto da poco tempo. Per cui penso veramente che mi abbia protetto».

Mario la vetta del Lhotse, se non vado errato, doveva essere il tuo decimo “ottomila”. E per l seconda volta consecutiva hai dovuto rinunciare. Che ne pensi?
«Che il Lhotse non mi vuole. L’anno scorso ho rinunciato per la morte di un mio sherpa, quest’anno per il terremoto. I monaci tibetani affermano che l’Everest si sta ribellando all’invasione di turisti. Io non ci credo anche perché la montagna più alta del mondo rappresenta una fonte di guadagno per molti nepalesi ed in particolare per i portatori che vivono nei villaggi oggi devastati dal terremoto. Senza il ricavato del turismo molti di loro sarebbero costretti ad emigrare».

Parliamo del Nepal, un paese che ami al di là della passione per le scalate. Ce la farà a rimettersi in piedi?
«Ora come ora la popolazione ha bisogno di soldi per comprare il cibo e per sopravvivere. Sono rimasto alcuni giorni a Kathmandu, prima di prendere l’aereo  per tornare a casa, con lo scopo di comprendere a chi inviare gli aiuti. Purtroppo anche in Nepal la corruzione è alta. Credo che l’associazione più affidabile per inviare denaro sia l’Onlus Sidare che ha sede a Pianezze nel Vicentino. Da anni una volontaria, Ombretta Ciscato, si occupa di aiuti da inviare in India. Se il Nepal può riprendersi? Credo proprio di sì, anche se un po’ alla volta. Spero sinceramente che gli aiuti che arriveranno da tutto il mondo non prendano altre vie. Credo fermamente che soltanto il turismo potrà dare una mano a questo magnifico paese. Senza questa entrata difficilmente ce la potrà fare».

Eravate in tanti in quei giorni ai piedi dell’Everest…in proposito non sono mancate polemiche.
«Si fa presto a criticare. Però, come dicevo prima, scalate e trekking rappresentano una fonte di guadagno, anzi l’unica, per molti abitanti dei villaggi più sperduti».
Quanto viene a costare ad un trekker la partecipazione ad una spedizione all’Everest?
«Io, naturalmente sono sponsorizzato. Mentre per uno che vuole partecipare ad una spedizione sulle montagne del Nepal può spendere da 10 a 20 mila euro».

Mario Vielmo 03

Sulla stampa italiana si è polemizzato sul fatto che c’erano elicotteri a disposizione soltanto di quanti facevano parte delle spedizioni sull’Everest, cioè dei “ricchi” che potevano permettersi cifre tanto elevate.
«Anche in questo caso bisogna essere chiari. Chi partecipa ad un trekking sulle montagne dell’Himalaya sborsa di tasca sua del denaro per poter avere a disposizione ben tre elicotteri. A quanto mi risulta due elicotteri sono stati adibiti per portare aiuto a quanti si trovavano ai piedi dell’Everest, mentre uno è stato impiegato per i terremotati. Comunque in Nepal ho visto squadre di aiuto provenienti da tutto il mondo con tutti i mezzi. La popolazione, come dicevo prima, ha bisogno di aiuti in denaro per sopravvivere».

Ma il paese in questi ultimi anni era riuscito a riprendersi?
«Dopo il periodo che possiamo chiamare dei “maoisti” s’era ripreso bene, nonostante i danni causati appunto dai “maoisti” che avevano fatto convergere a Kathmandu un numero impressionante di persone provenienti dalle campagne. La capitale, a partire dal 2006, è praticamente invivibile a causa anche dallo smog causato dalle macchine e dalle motociclette».

Quali iniziative hai in mente per aiutare il “tuo”Nepal?
«I progetti che ho in mente sono molteplici. A fine anno stamperemo un calendario per raccogliere fondi. Chi volesse invece elargire fin d’ora dei soldi, può farlo inviando il tutto alla Onlus Sidare al conto corrente bancario presso banca Popolare di Marostica filiale di Pianezze al seguente Iban: IT14P0557247920 oppure al CC  Postale 96492111 causale fondi pro terremotati Nepal. Di questa Onlus possiamo fidarci ciecamente».

Vicenza ha il suo “Luogo del cuore”: è il santuario di Madonna di Lonigo

Di Simona Tozzo

Dal 2003 il FAI (Fondo Ambiente Italiano) propone un censimento dei “Luoghi del cuore” per individuare i siti artistici e ambientali più amati dagli italiani e favorire la partecipazione dei cittadini alla loro conoscenza, conservazione e valorizzazione. Un’opportunità che quanti hanno a cuore il Santuario della Madonna dei Miracoli di Lonigo hanno voluto cogliere con l’edizione 2014: nel censimento concluso lo scorso novembre, il cui esito è stato reso noto il 18 febbraio, il Santuario è risultato il luogo più votato della provincia di Vicenza e il settimo del Veneto e il 52° a livello nazionale. 6616 voti raccolti in poco più di due mesi sono bastati al monumento leoniceno per imporsi su ben più noti “Luoghi del cuore” quali Villa Piovene da Porto Godi di Lugo Vicentino o un simbolo di Vicenza come la Basilica Palladiana. Michele Sedda, volontario del Santuario e coordinatore della raccolta firme commenta così l’eccezionale risultato «Il successo si deve alla mobilitazione popolare, all’attività capillare di divulgazione e informazione svolta dalle associazioni culturali del territorio, dalle scuole e dai tanti singoli cittadini che hanno voluto dichiarare il loro affetto per la chiesa di Madonna di Lonigo».
Gioiello architettonico del Rinascimento vicentino, il santuario leoniceno è il monumento che più ha influenzato non solo la vicenda artistica e devozionale, ma anche quella sociale, economica e culturale del territorio. Fondato nel 1486 dai monaci olivetani sui ruderi di una cappella campestre a seguito di alcuni eventi miracolosi, la chiesa divenne da subito meta di pellegrinaggi da tutta Italia, e i suoi annessi sede di ben tre fiere annuali, una delle quali permane ancor oggi (il 25 marzo). La Fiera Cavalli che si svolge a Verona ha origine proprio da una di queste fiere. Il fianco meridionale è impreziosito dal portale in pietra scolpita attribuito ad Alvise Lamberti da Montagnana. Questo artista, scultore lombardesco attivo presso il Codussi a Venezia, nel Duomo di Montagnana (PD), a Brendola (VI) nella Cappella Revese, fu uno degli artisti reclutati a Mosca dalla quarta ambasceria russa inviata da Ivan III a Venezia; il Lamberti (detto Aloisius Novo) realizzò la Cattedrale di San Michele Arcangelo al Cremlino (1505-1508).
Oggi lo stato di salute di questa facciata e del santuario nel suo complesso è particolarmente precario e urge intervenire. «Nell’ottica dell’avvio dei lavori di restauro» prosegue Sedda «questo risultato rappresenta un segnale forte dal territorio. Siamo di fronte a un virtuoso caso di attivazione e partecipazione dal basso per “salvare i nostri luoghi del cuore dai pericoli e dall’indifferenza che li minacciano”». Una possibilità speciale sarà infatti data a quei “Luoghi del Cuore” che riceveranno almeno mille segnalazioni: potranno presentare al FAI una richiesta di intervento attraverso le Linee Guida per la definizione degli interventi. Gli oltre seimila voti ricevuti dal Santuario di S. Maria dei Miracoli di Lonigo lasciano ben sperare.

Madonna Miracoli Santuario