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Tag: Protesta

Terremoto alla Banca Popolare di Vicenza

di Mirko Roveda

La Guardia di Finanza martedì 22 settembre, con un blitz di mattina presto, è entrata nella sede centrale della Banca Popolare di Vicenza ed ha sequestrato documenti in seguito all’indagine condotta dalla procura di Vicenza  su presunte irregolarità circa eventuali accordi tra gli esponenti della Banca e clienti per erogare prestiti a tassi agevolati in cambio di acquisti di quote della Banca Popolare

La Procura di Vicenza, dopo mesi di indagini condotte dal sostituto procuratore  Luigi Salvadori, ha aperto un’inchiesta per aggiotaggio e ostacolo all’autorità di vigilanza nei confronti di alcuni esponenti della Banca Popolare di Vicenza tra i quali il presidente Gianni Zonin. Oltre al presidente Zonin e all’ex direttore generale Samuele Sorato, sono indagati tra gli altri anche Giuseppe Zigliotto, membro del CdA e presidente degli Industriali di Vicenza.
A provocare indirettamente il terremoto pare sia stato un documento del socio della Banca Polare Maurizio Dalla Grana, di Lonigo. L’imprenditore leoniceno aveva espresso alcune perplessità sulla conduzione della Banca  nel corso di un’assemblea dei soci dello scorso anno. Documento che pare sia  finito tra le carte della BCE, la Banca Centrale Europea che è l’organo di controllo. Nel febbraio di quest’anno la BCE ha ordinato accertamenti sul meccanismo dei finanziamenti concessi per finanziare gli aumenti di capitale

Banca Popolare

Intervista a Maurizio Dalla Grana
Per sintetizzare tutta l’intricata e complessa vicenda, che ha scosso uno degli istituti bancari più importanti d’Italia e sicuramente quello ritenuto più affidabile non solo dai vicentini ma in particolare dai leoniceni (la Banca Popolare Agricola di Lonigo è stata nel 1985 fusa con al Popolare di Vicenza ndr), al vaglio degli inquirenti fin dalle prime ore c’è il valore delle azioni non quotate della Banca, che nel giro di un anno è quasi crollato del 25%. E’ da chiarire il perché di questa drastica riduzione e se ci sia stata una sopravvalutazione decisa in precedenza. Procura e Guardia di Finanza puntano inoltre ad accertare se ci siano stati eventuali accordi tra gli esponenti della Banca e clienti per erogare prestiti a tassi agevolati in cambio di acquisti di quote della Banca Popolare.
Dottor Dalla Grana da che cosa è stato generato il terremoto che ha scosso la Banca Popolare di Vicenza?
«La vicenda è molto complicata e complessa da spiegare.  Tralascio tutte le volte che ho denunciato perplessità sulla conduzione della banca, subendo in cambio una denuncia con relativo processo. Bisogna partire, così come ha riportato con correttezza il Corriere della Sera mercoledì 23 settembre, dalla lettera che Giovanni Zamberlan, che guida l’organo di vigilanza interno alla banca, scrive al sottoscritto il 15 dicembre  scorso in seguito alla mia richiesta di verificare se nel recente passato la Popolare di Vicenza avesse fatto affidamento o dato garanzie dirette o indirette ai soci o ai non soci, affinchè questi potessero sottoscrivere in toto o in parte azioni o obbligazioni convertibili della banca. Nella lettera mi si rispondeva che le verifiche richieste rientravano tra le attività delle funzioni aziendali di controllo. In pratica che erano l’internal audit e  le altre squadre di controllo, ad avere il compito di segnalare al collegio sindacale e agli altri organi aziendali eventuali violazioni o carenze riscontrate.».
La lettera che lei riceve dal presidente dell’Organo di Vigilanza è del 15 dicembre scorso. Il socio Dalla Grana, però, aveva esposto le sue perplessità  nel corso dell’assemblea dei soci otto mesi prima. Quali osservazioni conteneva quel documento?
«Prima di tutto mi preme precisare che non ho grossi interessi economici da difendere in quanto possiedo azioni della Banca soltanto per un valore di ventimila  euro. E’ da tempo che ho portato altrove i miei risparmi. Tengo quel gruzzoletto soltanto per poter dire la mia nel corso dello svolgimento delle assemblee annuali. Nel corso del mio intervento, nell’aprile del 2014, ho riferito di essere venuto a conoscenza dell’intenzione della Banca Popolare di Vicenza di varare un aumento di capitale di circa un miliardo di euro. Da sottolineare che nella nota informativa la stessa banca precisava che i destinatari delle offerte erano tenuti a tener conto che le azioni presentavano rischi propri di un  investimento in strumenti finanziari non quotati in un mercato regolamentato, per cui in sede di disinvestimento avrebbero potuto sorgere difficoltà di smobilizzo. In parole semplici poteva accadere che coloro che sottoscrivevano le azioni avrebbero potuto avere difficoltà  a  venderle oppure non ottenere un valore uguale o superiore al valore dell’investimento».
E sul prezzo delle Azioni e delle Obbligazioni offerte ciascuna a 62.2 euro ciascuna, quali sono state le sue osservazioni?
«Ho semplicemente precisato che nel caso delle azioni quotate è il mercato che forma il prezzo, con migliaia  di transizioni giornaliere, mentre nel caso della banca Popolare di Vicenza era il Consiglio di amministrazione che fissava il prezzo successivamente ratificato dall’assemblea dei soci. Ho ribadito che risultava inspiegabile questo comportamento in quanto il prezzo delle azioni delle società bancarie quotate negli ultimi quattro- cinque anni era diminuito in proporzione di sei-sette volte, mentre le azioni della Popolare di Vicenza erano aumentate. Da notare che queste banche operano tutte nello stesso mercato  e con le stesse  problematiche dovute alla crisi».

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Secondo lei i soci della Popolare di Vicenza erano in grado di comprendere tutte le complesse operazioni messe in atto dalla dirigenza?
« Nella mia relazione ho precisato che a mio parere lo strumento finanziario del rating , estremamente basso per la banca Popolare di Vicenza, poteva essere preso in considerazione solamente da operatori  altamente preparati  (come prevede la legge) e non certamente dalla quasi totalità dei 120 mila soci della Banca, che non sono certo tutti degli esperti in campo finanziario».
Alla fine del suo intervento quali sono state le reazioni?
«Che il presidente dell’Assemblea, dopo aver risposto ad un socio, ha dichiarato di rinviare alla parte ordinaria dell’Assemblea la risposta  all’intervento del socio Maurizio Dalla Grana. Comunque le risposte, quelle che aspettavo, sono giunte in questi giorni dall’inchiesta in corso della Magistratura e della Finanza».
Nel momento in cui leggeva la sua relazione in assemblea dei soci aveva idea dell’ammontare del passivo?
«Assolutamente no. Ero convinto che il passivo si aggirasse al massimo sui 50 milioni di euro. A proposito poi degli organi di controllo mi chiedo quale vigilanza sia stata fatta da parte degli organismi proposti come la Consob e la Banca d’Italia. Mi risulta che la Federconsumatori e l’Adusbef  abbiano intenzione di fare un esposto alla magistratura perchè accerti eventuali responsabilità sia della Consob che della Banca d’Italia. Intanto uno studio legale di Treviso sta portando avanti una class action per conto di numerosi azionisti di Banca Popolare di Vicenza con l’obiettivo di ottenere un risarcimento non solo del danno derivato dal taglio del prezzo delle azioni, ma anche per essere stati raggirati  dalla banca  e indotti ad acquistare azioni per ottenere prestiti».
Lei conosce molto bene la situazione di Lonigo, una città che considera la Popolare di Vicenza come la sua Banca, non fosse altro per i legami atavici con la Popolare Agricola di Lonigo. Ci sono soci che rischiano di rimetterci tanto denaro?
«Le mie sono valutazioni personali anche se, a suo tempo, ho sentito il parere di gente preparata che studia tutti i fenomeni legati alle Banche. Parlando della Popolare di Vicenza mi sono state fornite valutazioni delle azioni che credo si avvicinano alla verità. Se ciò dovesse verificarsi credo che alcuni miei conoscenti che detengono azioni per un valore superiore al milione e mezzo, e sono più d’uno basta informarsi sul sito, avranno nei prossimi mesi delle brutte sorprese. Però, ad essere sincero, non sono amareggiato per questi soci, ma per tutte quelle persone che  ci rimetteranno i risparmi di una vita, quei soci  che consideravano la Banca la loro “musina”».
Come andrà a finire?
«Bella domanda…».

FS: le stazioni della Via Crucis

di Chiara Ballan

Pendolare è diventato ormai un verbo infelice, privato del fascino verso il mezzo che lo accompagna e farcito con chili di disagi quotidiani. Anche chi avrà avuto l’occasione di prendere il treno per una gita o una commissione un po’ lontana avrà incrementato la dose di buoni motivi per scegliere un altro mezzo la prossima volta.

In Italia il principale servizio ferroviario è stato da poco trasformato in società per azioni con partecipazione statale totale e cade sotto il rimbombante nome di Ferrovie dello Stato Italiano SpA. Esistono anche alcune società private. Il servizio dunque c’è, ma funziona? Le risposte, ahinoi, sono tendenzialmente tutte negative. Al caso sono infatti legate una costellazione di problematiche che sommano disagio su disagio. L’immagine del treno ha una forte carica evocativa. Di sicuro richiama le immense radure battute dal piccone dei pionieri bramosi di raggiungere i luoghi pieni d’oro vicini al sole che tramonta. Con un treno nulla poteva sembrare ancora lontano, nulla era più impossibile. Il treno era il progresso. Per alcuni anni è stato un mito. Tirava dritto tra i colpi di pistola e i lanci di frecce e bucava numerose tele uscendo veloce tra i suoi vapori. Ma da allora è passato più di un secolo ed è arrivato pure un nuovo millennio e chissà quale mito insegue ora l’idea di progresso. No, di certo l’immagine del treno non l’accompagna più. Chiedetelo allo studente medio, chiedetelo al lavoratore professionista: vi illustreranno un’immagine completamente diversa, con carica evocativa fortemente inversa.

La prima via crucis: i ritardi
Se tra i servizi erogati dalle Ferrovie dello Stato esistesse anche quello della Banca del Tempo Perduto, in cui ogni minuto passato oltre l’orario previsto di arrivo si trasformasse in valore monetario, forse gli studenti pendolari avrebbero un fondo pensione già assicurato. C’è dunque chi arriva tardi a lezione e chi tardi ci arriva al lavoro. Un ritardo di poco conto va dai 10 ai 20 minuti. L’arrabbiatura si fomenta quando passa la mezz’ora. Ma c’è una variante raffinata di ritardo su cui vale la pena soffermarsi: la soppressione. (Da sottolineare che il termine richiama anche l’istinto comportamentale che si risveglia quando dall’altoparlante viene fatto un tale annuncio). È questo il caso in cui il treno viene cancellato: mancanza di personale, disturbi sulla linea. E intanto ti passa davanti una Freccia di qualche bel colore. Questo disagio è sentito soprattutto in cattive condizioni climatiche. Ma allora perché i film migliori hanno storie che si intrecciano nei treni che sfrecciano tra le tempeste di neve?

Al secondo posto l’affollamento
L’effetto sardine in scatola si fa sentire soprattutto da quando il 15 dicembre scorso si è passati all’orario cadenzato: un treno regionale ogni ora più un regionale veloce che si ferma solo nelle stazioni più grandi. In questo modo si restringe la rosa dei treni e negli orari di punta la frequentazione è massima. Di stazione in stazione i sedili non bastano più e chi sale è costretto a stare in piedi tra i corridoi o ad ammassarsi davanti alle porte. Così ogni svenimento è a portata di mano.

Al terzo posto la condizione delle stazioni ferroviarie
Sembra quasi che alla l’RFI (Rete Ferroviaria Italia Spa) non interessi affatto le condizioni in cui versano le stazioni ferroviarie. Per esempio a Lonigo, oltre alla scarsa illuminazione di sera tanto che pare d’essere in tempo di guerra, uno dei disagi più sentiti è quello legato al parcheggio. Si provi a passare verso l’ora di pranzo nei dintorni della stazione: ci saranno auto lungo tutta la strada del Trassegno e si potrà ammirare la mirabolante specialità del parcheggio di sbiego. Per lasciare spazio sulla carreggiata, si deve infatti posteggiare l’auto con due ruote molto protese verso il fosso. Il problema del parcheggio si fa sentire ormai da molto tempo e infatti i progetti per l’ampliamento sono stati presentati già quattro anni fa. Pur riconoscendo la necessità di un intervento, né l’RFI né la Direzione Infrastrutture della Regione Veneto sono mai state disposte a fornire un’utile finanziamento. Ora i 60 mila euro disposti dalla Giunta Comunale ci sono e il progetto pure, ma manca l’autorizzazione definitiva da parte dell’RFI per cominciare i lavori. Qualora il via libera non arrivasse entro la fine dell’anno la somma predisposta andrebbe persa, come prevede il patto di stabilità. Si cerca tuttavia di destinarla nel bilancio del prossimo anno per non perderla. Questo destino, purtroppo, accomuna molti progetti in fieri del territorio leoniceno. Il progetto della stazione ferroviaria prevede l’ampliamento dell’attuale zona parcheggio fino al magazzino dismesso. Bisogna dunque ripulire l’area, portare nuovo sottofondo, costruire un nuovo muretto in cemento con rete metallica, eseguire della caditoie per lo sgrondo delle acque, rifare l’impianto di illuminazione e asfaltare. Il Sindaco Boschetto puntualizza che il Comune paga, ma che il vantaggio sarà tutto delle Ferrovie dello Stato. Certo, il servizio agevolerà i pendolari, tuttavia il piano del discorso è un altro: infatti la stazione di Lonigo non è frequentata solamente da leoniceni, ma anche e soprattutto dagli abitanti dei comuni del circondario. E il parcheggio lo vogliono tutti. In questo senso c’è già stato un incontro congiunto con l’ufficio tecnico del Comune di San Bonifacio in previsione di altri progetti. Per esempio potrebbe essere costruito un nuovo parcheggio oltre il cavalcavia che porta a Locara e un percorso pedonale in sicurezza che lo colleghi alla stazione. Altra questione calda per la stazione ferroviaria di Lonigo resta quella delle unità abitative dello stabile che pur essendo inutilizzate da anni, avrebbero bisogno solo di alcuni accorgimenti per essere rese abitabili. La Giunta Comunale avrebbe voluto utilizzarle come alloggio per famiglie bisognose. Alcune associazione hanno pure spinto per farlo diventare un centro di accoglienza. Tuttavia la RFI Spa è disposta sì a concederle in comodato d’uso, ma col vincolo che l’utilizzo riguardi solo fini istituzionali e non l’emergenza abitativa. Al massimo possono essere concessi ad associazioni, che però devono farsi carico della spesa per la messa in uso.

Al quarto posto la disuguaglianza
A determinarla è innanzitutto il prezzo. Il tariffario è cambiato da qualche mese, si dice per pagare dei nuovi treni, che si son visti viaggiare pochissimo sui binari. Anche se rimane l’effettiva economicità del treno rispetto agli altri mezzi di trasporto, ci sono da puntualizzare alcuni aspetti critici. Infatti un biglietto per una corsa sui treni regionali e una sui regionali veloci costa uguale, anche se il secondo ci impiega la metà del tempo per raggiungere la meta e batte solo alcune stazioni. Stesso prezzo, servizio diverso. La disuguaglianza di trattamento si sente anche quando l’utente di un regionale si ritrova ad aspettare per minuti e minuti dentro il treno che si ferma in una stazione per dare la precedenza al passaggio di una Freccia in arrivo. Le Frecce, bianche, rosse, argento, sono i treni d’élite ad alta velocità dove ti portano la colazione se è mattina e la merenda se è pomeriggio. Costano di più e appunti ti obbligano a lunghe soste per passare prima di te. E dopo che ti ha superato, il tuo regionale può pure ripartire in ritardo. Non stupisce che, quasi a voler moltiplicare i disagi, le novità presentate dalla RFI riguardino solo le Frecce. Aumenteranno le linee delle rosse bianche argento e la previsione logica è che aumenteranno anche i ritardi dei regionali che dovranno dare più precedenze. Speriamo che questa ipotesi venga disconfermata. Intanto si insinua un certo senso di disuguaglianza sociale. Ed ecco lo studente medio, ecco il lavoratore professionista. Si incappucciano meglio lì sul binario mentre si aspetta, si aspetta, si aspetta. Può capitare che arrivi qualche visione, mentre si aspetta ancora. Si è dentro il racconto di un amico che la sera di Capodanno si trova nella metropolitana di Tokio e l’altoparlante sfila una lista di scuse per ogni ritardo accumulato durante l’anno. 3 settembre: 1 minuto. 25 novembre: 32 secondi. Scappa una risata amara sotto la sciarpa. E la visione scappa mentre l’altoparlante della stazione in cui si aspetta ancora annuncia il ritardo. È in ritardo di 45 minuti. Ci scusiamo per il disagio. Almeno questo!

Le testimonianze
Alberto, 19 anni, studia Scienze Statistiche all’Università di Padova e per seguire le lezioni ogni giorno prende il treno.
“Per quanto riguarda i ritardi, c’è stato un periodo davvero nero quest’autunno, ma ora sembra che la situazione si stia riassestando. Cinque minuti a Trenitalia possiamo pure concederglieli. Credo che i veri problemi siano le condizioni dei treni, che noi studenti abbiamo soprannominato “carri bestiame” a causa dell’affollamento, e le condizioni delle stazioni: per esempio quella di Lonigo non ha un parcheggio adeguato e quella di Padova è poco sicura. E poi certo un prezzo inferiore farebbe comodo dato che il servizio non è dei migliori.”

Anche Elisa, 20 anni, deve raggiungere tutti i giorni Padova per seguire le lezioni della Facoltà di Ingegneria per l’Ambiente e il territorio. Questa la sua testimonianza:
“I ritardi sono troppo spesso immotivati e non si capisce perché ci siano così tanti guasti improvvisi. Con l’orario cadenzato se un treno è in ritardo o viene soppresso, ci vogliono ore prima di tornare a casa. Coì sarebbe utile se fossero previste almeno un paio di corse ogni ora. Dovrebbero esserci più controlli e più disponibilità di personale anche nelle piccole stazioni. Inoltre dovrebbe esistere un registro elettronico per gli abbonamenti che sono emessi solo in forma cartacea. In questo modo se il biglietto viene perso o dimenticato il controllore ha la possibilità di verificare se effettivamente era stato acquistato. Nelle stazioni la presenza di più panchine per sedersi sarebbe gradita. Per quanto riguarda il caso di Lonigo, il problema parcheggio potrebbe essere risolto utilizzando il servizio bus che parte dal centro, ma è troppo caro e fa troppo poche fermate.”

Diego, 44 anni, impiegato in una società di ingegneria, prende il treno tutti i giorni da Lonigo a Verona Porta Vescovo dal 2000 e i suoi commenti lasciano qualche nota di speranza.
“I ritardi sono la regola, ma cinque minuti non sono considerabili ritardo quindi il servizio tutto sommato è regolare, migliorato in questi ultimi anni con l’adozione del cosiddetto orario cadenzato (regionali ogni ora allo stesso minuto). I ritardi importanti per problemi alla linea hanno una frequenza paragonabile a quelli che si devono affrontare per congestione del traffico automobilistico se si usasse l’automobile. Il problema dei ritardi regolari è causato da sovraffollamento della linea con treni a lunga percorrenza e regionali che condividono gli stessi binari, ma è un problema di infrastruttura generale. I treni regionali sono al limite della capienza, ma non molto diverso dalle metropolitane urbane nelle ore di punta, quindi accettabile. Le stazioni sono poco accoglienti, ma anche qui devo fare il parallelo con le metropolitane delle grandi città e quindi il commento alla fine è positivo. Grave problema invece è quello dei parcheggi: si nota la mancanza di coordinamento del sistema di mobilità proprio dalla poca attenzione che le amministrazioni cittadine riservano ai parcheggi in prossimità delle stazioni. Sono spesso scarsi, bui e male indicati. E’ molto importante inoltre la presenza di un bar in stazione, è un punto di riferimento utile data la mancanza ormai ovunque di qualsiasi presidio (biglietteria o capostazione). Per quanto riguarda i prezzi mi pare che siano in linea o inferiori, per un lavoratore, rispetto agli altri paesi europei. Facendo poi il paragone con il mezzo più utilizzato per il tragitto casa lavoro, l’automobile, devo dire che per chi ha la fortuna di abitare e ancor di più di lavorare in prossimità di una stazione ferroviaria, il vantaggio è enorme in termini di costi, sicurezza e stress.”

Trenitalia 2

Tav. una sciagura per San Bonifacio il progetto a raso

di Paola Bosaro

La proposta dell’amministrazione comunale è quella di spostare la linea da nord a sud,in affiancamento alla strada SP 38 Porcilana

La questione dell’Alta velocità ferroviaria a San Bonifacio è stata a lungo dibattuta e solo nelle ultime settimane sembra aver preso una piega positiva, grazie all’interessamento dell’Amministrazione comunale e provinciale. Il progetto preliminare del tracciato, dopo che è stata scartata l’ipotesi dell’interramento della linea perché troppo costoso, ha sempre previsto il passaggio in centro a raso. Contro questo progetto il Comune è ricorso sia al TAR che al Consiglio di Stato, ma non ha ottenuto nulla. Se il tracciato rimanesse quello individuato, l’impatto su San Bonifacio sarebbe enorme. I fabbricati residenziali compresi nella fascia di rispetto sono 105 (545 abitazioni). 15 edifici dovrebbero essere demoliti, per un totale di 70 unità residenziali. Ma non sarebbero queste le uniche criticità. Ci sarebbe un impatto negativo su immobili di importanza storico-culturale come l’abbazia di Villanova (risalente al 1200), villa Gritti (1500) e il vicino Relais (con reperti del 1600). Dovrebbero essere demolite strutture produttive come la cantina sociale di San Bonifacio e ci sarebbero forti limitazioni della viabilità nella zona artigianale dove operano Ferroli e Datacol, oltre alla zona ex fornace, via Minghetti e via Trento. Il sindaco Giampaolo Provoli ha scritto una prima lettera il 28 ottobre ai diversi ministeri e alla Iricav, il consorzio di imprese dell’Iri costituito per progettare e costruire l’opera. Poi ha sollecitato il presidente della Regione Luca Zaia ad esprimere un parere negativo sul tracciato così come previsto a San Bonifacio. La proposta dell’Amministrazione comunale è quella di spostare la linea da nord a sud, in affiancamento alla strada SP 38 Porcilana. «Le unità residenziali nella fascia di rispetto nella seconda ipotesi scenderebbero drasticamente da 545 a 56. Nessuna sarebbe da demolire», spiega il consigliere comunale delegato all’Alta velocità Palma Racconto. «Non ci sarebbe inoltre alcun impatto su fabbricati di importanza storico culturale e su grandi strutture produttive». Un altro vantaggio sarebbe la durata limitata del cantiere, tre volte meno rispetto al passaggio in centro. Il passaggio della ferrovia costerebbe di più sebbene sia più corto perché sarebbero maggiori gli indennizzi a residenze e capannoni. Inoltre il limite di velocità sarebbe a 220 km/h. Il dirigente di Iricav-Due, Franco Bocchetto, ha ribadito che «nella realizzazione del progetto definitivo, stiamo portando avanti sia il progetto in centro, perché previsto nel contratto, che la variante a sud. Questa variante sarà completata anche di analisi di impatto ambientale e sarà pronta per l’iter previsto per giungere all’approvazione del Cipe». Insomma, ora sembra proprio che prefetto, Provincia e Iricav Due siano convinti della bontà della nuova proposta fatta dal Comune. «Ora guardiamo alla Regione», afferma la consigliera Racconto. «Stiamo lavorando su due fronti: il primo è la progettazione comprensiva di Valutazione di impatto ambientale; la seconda è l’approvazione del progetto da parte della conferenza dei servizi prima e del Cipe poi. Ci sono solo 4 mesi di tempo. Dobbiamo correre, ma non lasceremo nulla di intentato».

TAV San Bonifacio

Lettera del sindaco di San Bonifacio al dottor Nicola Centrone, segretario del premier Renzi

Egregio Dottor Centrone,
vorrei sottoporle un problema che è vitale per il comune di San Bonifacio (di cui sono sindaco), per trovare una soluzione.
Mi riferisco alla linea ferroviaria AV/AC- tratto Verona-Padova il cui progetto preliminare approvato ai sensi del D.Lgs 163/2006 prevede l’attraversamento dell’abitato di San Bonifacio a raso e in centro paese.
Faccio presente che questa situazione si è creata dopo che l’Amministrazione comunale di quel tempo, pur evidenziando la preferenza per altri tracciati, a nord o a sud del paese, aveva accettato il corridoio centrale purché si provvedesse all’interramento della linea: soluzione che, allora, sembrava facilmente attuabile. Nel 2004 un successivo studio di RFI ha evidenziato che il costo dell’interramento sarebbe stato di 422 milioni di euro e quindi, per motivi economici e forse anche per motivi tecnici, il progetto preliminare è stato approvato a raso e in centro paese, senza considerare l’azione fortemente invasiva della soluzione prescelta.
Questo passaggio è quanto mai devastante per il territorio di San Bonifacio, infatti, da una stima sul posto ci risulta che le unità residenziali che si trovano nella nuova area di rispetto della linea AV/AC (fascia di 150 metri) sono oltre 500: di queste oltre 70 dovranno essere demolite.
Molti sono inoltre i fabbricati di importanza storico culturale interessati che subiscono un danno grave e irreparabile: l’Abbazia di Villanova del 1200, Villa Gritti del 1500 e il Relais con reperti del 1600 e altrettanti, se non di più, i fabbricati produttivi che verranno danneggiati: fra questi evidenzio la sede della Cantina Sociale di San Bonifacio (Gruppo Collis) che subirà un danno forse totale. Mi limito a queste puntualizzazioni, pur evidenziando che non sono certamente esaustive, solo per metterla nella condizione di comprendere velocemente il nostro problema. Come Lei ben sa, le recenti scelte politiche hanno dato un forte impulso alla linea AV/AC, ed io, sindaco PD dal giugno 2014, mi trovo ora a dare una risposta in tempi strettissimi.
Inoltre, ho chiesto, in maniera motivata, al Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, di esprimere un parere negativo alla reiterazione del vincolo come indicato nel tracciato in centro a San Bonifacio, lungo la linea storica, di cui alla delibera CIPE n. 94 del 29-03-2006, esprimendo invece un parere favorevole al percorso a sud in affiancamento alla Strada SP della Porcilana, il cui progetto è in fase di avanzata realizzazione da parte di IRICAV-due.
Il percorso a sud che noi abbiamo proposto, rispetto al passaggio in centro, trova la sua giustificazione nei seguenti aspetti: impatto ambientale decisamente inferiore; costi di indennizzo (privati e aziende) con rapporto decisamente inferiori dell’ordine di circa 1 a 100; logica di realizzo: nel senso che, a partire da Verona la nuova linea passa a sud di tutti i comuni mentre sale in centro, con un andamento illogico e ingiustificato, proprio a San Bonifacio; costi di realizzo, a detta dei tecnici, sicuramente inferiori; durata dei cantieri stimata a circa un terzo; nessun impatto su beni di carattere storico culturale; creazione di una linea più efficiente con raggio massimo di curvatura di m 3.200 contro i 2.000 metri del passaggio in centro.

Lavoratori Feroli in marcia

Testo di Paola Bosaro, foto di Mirco Bertaso Nici

Lavoratori «Ferroli» in marcia per il rispetto dei loro diritti e il rilancio del settore

stato un febbraio bollente per il comparto della termomeccanica. E per l’Est veronese in particolare. Sabato 7 febbraio 400 dipendenti della «Ferroli», una delle aziende leader in Italia nei settori del riscaldamento, condizionamento ed energie alternative, hanno sfilato per le vie di San Bonifacio, accompagnati dai sindacalisti di Cgil-Cisl e Uil, dai sindaci dei Comuni dell’Est veronese, oltre che da consiglieri regionali e parlamentari veronesi. Alla protesta si sono uniti anche lavoratori della Riello e della Sime.
Un lungo corteo è partito dalla sede dell’azienda in via Ritonda per raggiungere, attraverso il centro di San Bonifacio, piazza della Costituzione, dove una delegazione ha incontrato il sindaco Giampaolo Provoli e tutti gli altri sindaci dei paesi limitrofi.
Nello stabilimento di San Bonifacio della «Ferroli» lavorano circa 900 dipendenti. Il gruppo però, specializzato nella produzione di caldaie e impianti di riscaldamento, conta complessivamente 3.300 addetti, distribuiti nei vari siti produttivi in Italia e all’estero, tra Turchia, Cina e Polonia. La manifestazione è stata organizzata dai rappresentanti dei lavoratori per protestare contro la decisione dell’azienda di disdire i contratti integrativi, raggiunti dopo circa quarant’anni di negoziazione. In sostanza i dipendenti «Ferroli» rischiano di vedersi riconosciuti circa 8mila euro in meno di stipendio all’anno. La questione si inserisce nella crisi generale del settore termomeccanico, un problema di rilevanza nazionale.
«Rinegoziare gli accordi sindacali è una necessità non più prorogabile per chi voglia continuare a produrre principalmente in Italia e poi competere in un mercato internazionale gravato da una crisi pesantissima», rispondono dalla Ferroli. Ecco il commento di Massimo Castellani, segretario generale Cisl Verona: «Credo sia evidente a tutti che in settori come il termomeccanico l’attenzione per gli investimenti nella ricerca sia un elemento determinante per raggiungere positivi risultati per produrre sistemi di riscaldamento innovativi. La provincia di Verona per anni era considerata un polo industriale importate nel settore termomeccanico, da alcuni anni, purtroppo non lo è più. Prima le Biasi, successivamente le crisi della Ferroli, Sime e le vicende finanziarie che stanno interessando Riello bruciatori stanno riducendo il comparto ai margini del mercato internazionale. Le responsabilità, a mio parere, sono imputabili alla classe imprenditoriale che non ha saputo fare i necessari investimenti per innovare i prodotti. Ancora una volta per essere credibili con le banche, nel chiedere finanziamenti, dove si va a tagliare? Sul costo del personale. Confermando l’inadeguatezza del ruolo imprenditoriale». Stefano Zantedeschi, segretario della Fiom Cgil, ci vede un «disegno strategico delle tre società» (Ferroli, Sime e Riello), che «insieme hanno deciso di ridurre gli stipendi, in modo da evitare il dumping e scaricare sul basso la crisi dovuta alla mancanza di investimenti degli ultimi anni». «Non abbiamo ancora alcuna certezza che lo stabilimento verrà salvato – ha dichiarato Giovanni Acco, funzionario della Fim-Cgil di Verona -. Ci è stato annunciato nel piano industriale, ma non abbiamo elementi che ci rassicurino in questo senso».
Al termine della manifestazione tutti i parlamentari presenti, dopo essersi confrontati con i sindaci dei paesi coinvolti, si sono impegnati a verificare se esistano risorse disponibili per consentire alle aziende del termomeccanico di investire in ricerca e sviluppo. «Qui c’è in ballo il futuro, per San Bonifacio, di oltre 900 famiglie, quelle dei lavoratori della Ferroli – ha detto Provoli -. Faremo di tutto per trovare una soluzione che permetta all’azienda di portare avanti il nuovo piano industriale ed ai lavoratori di salvaguardare occupazione e potere d’acquisto. È da anni che il gruppo Ferroli è in crisi finanziaria, ma sappiamo anche che gli ordini ci sono ed il lavoro pure. Quindi la base per ripartire c’è».
Il capogruppo della Lega Nord in consiglio comunale Alessandro Signorato commenta: «Avevo chiesto che, al ricevimento della delegazione delle rappresentanze sindacali dell’azienda, oltre alle solite frasi di solidarietà e di vicinanza che fanno sempre piacere, ci fosse un impegno concreto da parte dell’Amministrazione a scrivere al ministro del Lavoro, mettendolo a conoscenza della situazione di difficoltà che dovranno affrontare da adesso in poi sia i lavoratori dipendenti ma anche gli imprenditori, gli artigiani, gli agricoltori ed i commercianti dell’Est Veronese, che in questi ultimi anni hanno sentito solo chiacchiere, soprattutto per quanto riguarda la riduzione delle tasse.
I lavoratori hanno sempre dimostrato di avere senso di responsabilità oltre a capire le difficoltà: ora è fondamentale che la trattativa riprenda al più presto. I veneti vogliono vedere un impegno concreto: basta false promesse. I lavoratori della Ferroli vogliono avere delle risposte precise e puntuali dal Governo».