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Tag: Verona

Comitati civici contro la Tav a sud

Si allarga il fronte del no al tracciato a sud dall’Alta velocità ferroviaria a San Bonifacio. I comitati civici del Comune, affiancati da Legambiente Verona e assistiti a livello legale dall’avvocato Giuseppe Giacon, hanno promosso due assemblee pubbliche per spiegare il nuovo progetto proposto dall’amministrazione comunale, informare sulle attività del fronte del no e comunicare ai futuri espropriandi le eventuali azioni da intraprendere per veder riconosciuti i loro diritti.
All’incontro in sala Barbarani, l’11 gennaio, hanno partecipato decine di persone, tanto che la sala non è riuscita a contenere tutti i presenti. Il pubblico era molto eterogeneo, ma unito dal desiderio di vederci chiaro su una questione davvero importante. Erano presenti gli oppositori del sindaco Giampaolo Provoli, gli ambientalisti, i contrari al tracciato a sud della Tav, i contrari alla Tav in quanto tale, i cittadini proprietari dei terreni interessati dal progetto, semplici curiosi e persone desiderose di informarsi su questo maxi cantiere che potrebbe cambiare per sempre il territorio sambonifacese.
Nel corso dell’assemblea, il pubblico ha potuto vedere tramite delle slide le due soluzioni individuate per i treni super veloci: quella in affiancamento alla linea storica e quella portata avanti dall’amministrazione Provoli, a sud del paese. L’architetto Maurizio Mazzon ha confutato le fosche «previsioni di abbattimento di centinaia di edifici residenziali» nel caso dell’affiancamento. «Si tratterebbe di pochi fabbricati, alcuni dei quali vecchi e fatiscenti», ha detto Mazzon. «Non ci sarebbe nessun rischio per l’Abbazia di Villanova, come si è voluto far credere», ha aggiunto.
Sono state dunque evidenziate le criticità ambientali che la variante a sud del tracciato potrebbe provocare al territorio del Comune.
Il presidente di Legambiente di Verona Lorenzo Albi ha sottolineato come la questione Alta velocità «debba essere utilizzata come occasione per affrontare il tema della mobilità e del trasporto in generale, ovvero come scelta di spostare quote rilevanti di merci e persone dalla gomma alla rotaia». Anche per Albi la sede ideale su cui ricavare una nuova linea di trasporto ferroviario resta l’asse storico, «su cui la linea ad Alta velocità può realizzare il quadruplicamento, assicurando un’indispensabile revisione del sistema ferroviario storico e promuovendo un servizio efficiente ed efficace sia per trasportare le persone che le merci». Ulteriori vantaggi, secondo Legambiente, deriverebbero da una sostanziale riduzione degli espropri, dal minor consumo di suolo agricolo, dal minor uso di volumi di inerti e dal «decisivo minor impatto ambientale e scempio del paesaggio». L’Alta velocità in centro potrebbe paradossalmente servire come «opportunità per mettere mano ai molti casi di disordine urbano». Il tracciato in affiancamento, infine, sarebbe molto meno costoso. Albi ha ricordato che la tratta VR-PD ha raggiunto «l’assurda cifra di 80 milioni per chilometro. Chi la finanzierà?», si è chiesto.

S. Bonifacio TAV DSC_0717
L’ex presidente della Commissione urbanistica comunale di San Bonifacio Vasco Carradore ha posto l’accento su alcune criticità procedurali legate al progetto definitivo presentato. In particolare ha sottolineato «la mancanza della valutazione di impatto ambientale da parte del Ministero dell’Ambiente della variante di San Bonifacio e del tratto tra Montebello e il bivio per Vicenza». Carradore ha ricordato che «il progetto preliminare approvato dal Cipe nel 2006 era tra Verona e Padova, mentre il definitivo è tra Verona Porta Vescovo e il bivio per Vicenza». La norma consente di avere più progetti definitivi parziali «a condizione che tali progetti siano riferiti a lotti idonei a costituire parte funzionale, fattibile e fruibile dell’intera opera e siano dotati di copertura finanziaria». Tuttavia, hanno fatto notare i comitati «queste condizioni non sono soddisfatte come prescritto dal codice dei contratti pubblici». Anche la consigliera del Movimento 5 stelle Anna Firolli, intervenuta in assemblea verso la chiusura dopo aver partecipato al concomitante consiglio comunale, ha precisato che «il Comune di San Bonfiacio non ha neppure verificato se il progetto Tav si possa considerare definitivo e quindi se gli espropriandi lo siano veramente oppure si tratti di un colossale errore, su cui poi le persone potranno rivalersi». Firolli ha promesso che lotterà fino alla fine a fianco dei cittadini. L’avvocato Giacon, da parte sua, ha esposto tutti i problemi relativi agli espropri che si renderanno necessari e ha invitato tutti gli interessati a presentare le proprie osservazioni al progetto, definendo le osservazioni l’unico strumento che hanno i privati per far sentire la propria voce a livello personale. E’ stato inoltre evidenziato che nel piano particellare degli espropri, non tutti gli espropriandi hanno indicata l’indennità di esproprio come prescritto dalla legge.
I comitati si impegnano a proseguire l’attività che si sono prefissi, cioè di tutela ambientale e salvaguardia del territorio, presentando le osservazioni alle commissioni per la valutazione di impatto ambientale regionale e nazionale, quando le stesse saranno aperte.
L’assenza del sindaco Giampaolo Provoli è stata notata e stigmatizzata, però il primo cittadino era impegnato in Consiglio.

Tanti auguri… ponte sul Guà

di Paola Bosaro

Uno dei simboli di Zimella ha festeggiato il mese scorso il secolo di vita. Non tutti lo sanno, ma il ponte in ferro sul Guà ha compiuto a novembre 100 anni. L’1 novembre del 1915, infatti, terminò l’edificazione dell’importante passaggio in metallo sul fiume. A questo argomento l’appassionata di storia locale Licia Nogara Ticinelli ha dedicato un articolo molto dettagliato, apparso la scorsa estate sui «Quaderni di Coalonga».
L’opera che collega l’abitato ad est a quello ad ovest della frazione fu pensata e voluta dal Comune per sostituire il vecchio ponte di legno che congiungeva da più di duecento anni le due sponde del fiume.
Ai primi del Novecento, il ponte di legno si presentava troppo stretto per le nuove esigenze viabilistiche dettate da un’industria in via di sviluppo, soprattutto grazie alle officine «Bertolaso». Inoltre l’insfrastruttura era deteriorata e costituiva un serio pericolo per i passanti. Durante le piene del Guà, le due file di piloni piantate nel greto del fiume trattenevano i detriti, ostacolando così il regolare deflusso delle acque.
Il 4 novembre del 1912, il sindaco Bortolo Bertolaso deliberò la realizzazione di un nuovo ponte. Redasse lui stesso il progetto e lo inviò al Regio ufficio del Genio civile di Vicenza. L’incarico dei lavori fu affidato alla Società nazionale delle Officine di Savigliano-Torino, ditta di prestigio nelle costruzioni in acciaio, artefice della copertura della stazione centrale di Milano. Intanto, durante la stesura del progetto definitivo, i costi per le materie prime stavano crescendo vertiginosamente a causa della guerra.
I lavori iniziarono il 9 agosto del 1915 e i tecnici si trovarono presto a fare i conti con l’impetuosità del Guà nei mesi autunnali. Si rese dunque necessario aumentare le dimensioni delle due spalle «per la grave esposizione alla forza escavatrice e demolitrice delle piene del fiume», si legge nei documenti conservati in Comune. Il nuovo ponte fu completato con una spesa di 6.267 lire, a fronte di un preventivo di 4.357 lire. L’opera fu collaudata il 29 luglio 1916.
Una data da ricordare è senz’altro il 3 maggio 1942 quando, in piena Seconda guerra mondiale, le mogli e le madri zimellesi avevano portato a benedire al santuario della Madonna dei miracoli di Lonigo decine di stendardi, chiedendo la grazia del ritorno a casa dei propri mariti e figli sani e salvi. Il 4 ottobre, in occasione dell’inaugurazione della Grotta di Lourdes realizzata dal beato Claudio Granzotto a Zimella, le donne sfilarono in processione sul ponte del Guà, implorando la salvezza dei soldati lontani. Sul finire della guerra, il ponte divenne bersaglio delle forze militari contrapposte. Nel 1945 un aereo americano colpì un automezzo tedesco che stava transitando sul ponte. I militari fecero in tempo a salvarsi, riparandosi dietro gli argini; rimase invece ferito un uomo che casualmente passava di lì.
Una delle curiosità storiche riguarda un episodio della Seconda guerra mondiale, di cui rimane una testimonianza tangibile. Il ponte, infatti, fu protagonista di un’altra sparatoria negli ultimi giorni di guerra. Il 25 aprile del 1945 truppe di fanteria statunitensi, provenienti da Sule ed intenzionate a passare il ponte, furono bersagliate di colpi di mitragliatrice da parte di un gruppo di soldati tedeschi, appostati su un terrazzino del mulino «Bertolaso». Gli americani risposero al fuoco e i tedeschi dovettero abbandonare le loro posizioni, lasciando sul terreno tre morti. I segni dello scontro armato sono ancora oggi visibili sui profilati metallici del ponte.
Nel 2011 la struttura in metallo è stata ristrutturata e consolidata, ed è stata costruita una passerella pedonale adiacente richiamando il metallo del ponte ed abbellendo i parapetti con figure geometriche. Nell’ultimo triennio sono state realizzate infine due rampe di accesso in porfido con parapetti in ferro, inserite nel percorso turistico ciclo-pedonale del Pia-R del Colognese.

L’ultimo abbraccio a Marcello Lazzarin cantore dell’emigrazione e del mondo contadino

di Silvia Zamperlin

E’ morto a ottant’anni a Cagnano, paese nativo della moglie, il poeta, pittore e scrittore Marcello Lazzarin.
Artista contemporaneo apprezzato, non solo sul piano artistico ma soprattutto su quello umano, ha sempre prediletto nelle sue opere le tematiche sociali e l’analisi introspettiva

«Accoglieva tutti sempre con un sorriso, era una persona discreta, legata alla famiglia e di gran cuore», ha commentato don Angelo Corrà, ex parroco di Borgo Frassine di Montagnana, piccola frazione dove Lazzarin è nato e alla quale è sempre stato molto legato, tanto da aver dedicato un anno di lavoro, nel 1998, per realizzare una ricerca sulla chiesa parrocchiale S. Maria Maddalena in occasione dei lavori di restauro e recupero dell’edificio sacro. «Nel comporre quelle pagine – ha ricordato don Corrà nel suo discorso di commiato durante il funerale – Marcello aveva pensato ai numerosi paesani che vivevano in terre lontane e i cui ricordi erano certo affievoliti dal tempo, ma che forse, nel cuore, sentivano ancora la nostalgia per il borgo d’origine. La stessa nostalgia che conosceva bene anche lui».
La storia di Marcello Lazzarin è uguale a quella di tanti altri emigranti che hanno scelto la via di un esilio volontario per vincere la fame e la povertà. Nato nel 1935 ha lasciato l’Italia nel 1962 per andare a insegnare lettere in una scuola media del Canton Ticino fino al 1996, anno in cui è rientrato per vivere nella piccola frazione di Pojana Maggiore, dove già risiedeva la famiglia della moglie, e dedicarsi alle sue passioni: la pittura e la scrittura.
Nelle sue opere pittoriche e letterarie è sempre stato fedele alla civiltà contadina da cui ha avuto origine. In una poesia intitolata “Aliti di vita sotto la luna” scriveva: «La mia luna è ancora aperta alla speranza/ di affidare quei segni del tempo perduto/ alle giovani generazioni del presente/ aperte a tramandare della natura i preziosi cimeli./ La vita tende la mano al futuro/ ma chi rinnega il passato non ha speranza/ d’infondere fervore alle nuove generazioni». In “I sogni della luna”, versi ai quali allude anche un suo olio su tela realizzato nel 2004, il poeta vorrebbe fermare il tempo “volando a ritroso lungo le orme dei ricordi” per risentire: «Il gracidìo delle rane nei fossi,/ il verso dell’assiolo tra le fronde dei platani,/ la notturna risata della civetta/ che graffiava di brividi/ i coppi del tetto della vecchia casa./ Il canto delle zappatrici/ schierate a ventaglio in aperta campagna,/… il profumo di candide tuberose e l’alito di salvia e rosmarino/ nell’orto di mia madre».
I motivi ispiratori delle sue opere non sono soltanto i ricordi e i valori della civiltà contadina, ma anche l’immenso mondo dell’emigrazione. Lui emigrante veneto, divenuto padre e nonno in Svizzera, rimpiange la sua patria per 34 anni e quando decide di andare via è costretto a lasciare figli e nipotine in terra straniera. Se da un lato c’è la consolazione di ritornare “a casa”, dall’altro l’alienazione: il ritorno coincide con la perdita degli affetti quotidiani più cari e porta con sé “il rimorso per l’incauta decisione”. E allora immagina “un immenso ombrello dalle ali spalancate” per vincere le frontiere e viaggiare verso i suoi amori: «Con voi e per voi, amate nipotine,/ adagiati in caldo abbraccio vorrei volare/ nel nido della famigliare intimità/ sul tappeto volante della fiaba di Aladino/… sempre in volo sotto l’ombrello,/in volo perenne tra terre amiche che hanno segnato i colori della vostra culla». Il suo è un cuore diviso in due, che forse solo la morte, ora, ha saputo conciliare: «Terra mia venera natìa,/ Terra elvetica eletta a patrio lido./ Due sponde di terra ora separate/ dal mare della solitudine,/ unite solo idealmente/ dall’onirica visione del cuore».

*Le poesie e i dipinti sono tratti dall’opera “I sogni della luna. Poesie e prose 1998-2005” (2006)

Lazzarin I sogni della luna (2004), olio su tela

Terremoto alla Banca Popolare di Vicenza

di Mirko Roveda

La Guardia di Finanza martedì 22 settembre, con un blitz di mattina presto, è entrata nella sede centrale della Banca Popolare di Vicenza ed ha sequestrato documenti in seguito all’indagine condotta dalla procura di Vicenza  su presunte irregolarità circa eventuali accordi tra gli esponenti della Banca e clienti per erogare prestiti a tassi agevolati in cambio di acquisti di quote della Banca Popolare

La Procura di Vicenza, dopo mesi di indagini condotte dal sostituto procuratore  Luigi Salvadori, ha aperto un’inchiesta per aggiotaggio e ostacolo all’autorità di vigilanza nei confronti di alcuni esponenti della Banca Popolare di Vicenza tra i quali il presidente Gianni Zonin. Oltre al presidente Zonin e all’ex direttore generale Samuele Sorato, sono indagati tra gli altri anche Giuseppe Zigliotto, membro del CdA e presidente degli Industriali di Vicenza.
A provocare indirettamente il terremoto pare sia stato un documento del socio della Banca Polare Maurizio Dalla Grana, di Lonigo. L’imprenditore leoniceno aveva espresso alcune perplessità sulla conduzione della Banca  nel corso di un’assemblea dei soci dello scorso anno. Documento che pare sia  finito tra le carte della BCE, la Banca Centrale Europea che è l’organo di controllo. Nel febbraio di quest’anno la BCE ha ordinato accertamenti sul meccanismo dei finanziamenti concessi per finanziare gli aumenti di capitale

Banca Popolare

Intervista a Maurizio Dalla Grana
Per sintetizzare tutta l’intricata e complessa vicenda, che ha scosso uno degli istituti bancari più importanti d’Italia e sicuramente quello ritenuto più affidabile non solo dai vicentini ma in particolare dai leoniceni (la Banca Popolare Agricola di Lonigo è stata nel 1985 fusa con al Popolare di Vicenza ndr), al vaglio degli inquirenti fin dalle prime ore c’è il valore delle azioni non quotate della Banca, che nel giro di un anno è quasi crollato del 25%. E’ da chiarire il perché di questa drastica riduzione e se ci sia stata una sopravvalutazione decisa in precedenza. Procura e Guardia di Finanza puntano inoltre ad accertare se ci siano stati eventuali accordi tra gli esponenti della Banca e clienti per erogare prestiti a tassi agevolati in cambio di acquisti di quote della Banca Popolare.
Dottor Dalla Grana da che cosa è stato generato il terremoto che ha scosso la Banca Popolare di Vicenza?
«La vicenda è molto complicata e complessa da spiegare.  Tralascio tutte le volte che ho denunciato perplessità sulla conduzione della banca, subendo in cambio una denuncia con relativo processo. Bisogna partire, così come ha riportato con correttezza il Corriere della Sera mercoledì 23 settembre, dalla lettera che Giovanni Zamberlan, che guida l’organo di vigilanza interno alla banca, scrive al sottoscritto il 15 dicembre  scorso in seguito alla mia richiesta di verificare se nel recente passato la Popolare di Vicenza avesse fatto affidamento o dato garanzie dirette o indirette ai soci o ai non soci, affinchè questi potessero sottoscrivere in toto o in parte azioni o obbligazioni convertibili della banca. Nella lettera mi si rispondeva che le verifiche richieste rientravano tra le attività delle funzioni aziendali di controllo. In pratica che erano l’internal audit e  le altre squadre di controllo, ad avere il compito di segnalare al collegio sindacale e agli altri organi aziendali eventuali violazioni o carenze riscontrate.».
La lettera che lei riceve dal presidente dell’Organo di Vigilanza è del 15 dicembre scorso. Il socio Dalla Grana, però, aveva esposto le sue perplessità  nel corso dell’assemblea dei soci otto mesi prima. Quali osservazioni conteneva quel documento?
«Prima di tutto mi preme precisare che non ho grossi interessi economici da difendere in quanto possiedo azioni della Banca soltanto per un valore di ventimila  euro. E’ da tempo che ho portato altrove i miei risparmi. Tengo quel gruzzoletto soltanto per poter dire la mia nel corso dello svolgimento delle assemblee annuali. Nel corso del mio intervento, nell’aprile del 2014, ho riferito di essere venuto a conoscenza dell’intenzione della Banca Popolare di Vicenza di varare un aumento di capitale di circa un miliardo di euro. Da sottolineare che nella nota informativa la stessa banca precisava che i destinatari delle offerte erano tenuti a tener conto che le azioni presentavano rischi propri di un  investimento in strumenti finanziari non quotati in un mercato regolamentato, per cui in sede di disinvestimento avrebbero potuto sorgere difficoltà di smobilizzo. In parole semplici poteva accadere che coloro che sottoscrivevano le azioni avrebbero potuto avere difficoltà  a  venderle oppure non ottenere un valore uguale o superiore al valore dell’investimento».
E sul prezzo delle Azioni e delle Obbligazioni offerte ciascuna a 62.2 euro ciascuna, quali sono state le sue osservazioni?
«Ho semplicemente precisato che nel caso delle azioni quotate è il mercato che forma il prezzo, con migliaia  di transizioni giornaliere, mentre nel caso della banca Popolare di Vicenza era il Consiglio di amministrazione che fissava il prezzo successivamente ratificato dall’assemblea dei soci. Ho ribadito che risultava inspiegabile questo comportamento in quanto il prezzo delle azioni delle società bancarie quotate negli ultimi quattro- cinque anni era diminuito in proporzione di sei-sette volte, mentre le azioni della Popolare di Vicenza erano aumentate. Da notare che queste banche operano tutte nello stesso mercato  e con le stesse  problematiche dovute alla crisi».

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Secondo lei i soci della Popolare di Vicenza erano in grado di comprendere tutte le complesse operazioni messe in atto dalla dirigenza?
« Nella mia relazione ho precisato che a mio parere lo strumento finanziario del rating , estremamente basso per la banca Popolare di Vicenza, poteva essere preso in considerazione solamente da operatori  altamente preparati  (come prevede la legge) e non certamente dalla quasi totalità dei 120 mila soci della Banca, che non sono certo tutti degli esperti in campo finanziario».
Alla fine del suo intervento quali sono state le reazioni?
«Che il presidente dell’Assemblea, dopo aver risposto ad un socio, ha dichiarato di rinviare alla parte ordinaria dell’Assemblea la risposta  all’intervento del socio Maurizio Dalla Grana. Comunque le risposte, quelle che aspettavo, sono giunte in questi giorni dall’inchiesta in corso della Magistratura e della Finanza».
Nel momento in cui leggeva la sua relazione in assemblea dei soci aveva idea dell’ammontare del passivo?
«Assolutamente no. Ero convinto che il passivo si aggirasse al massimo sui 50 milioni di euro. A proposito poi degli organi di controllo mi chiedo quale vigilanza sia stata fatta da parte degli organismi proposti come la Consob e la Banca d’Italia. Mi risulta che la Federconsumatori e l’Adusbef  abbiano intenzione di fare un esposto alla magistratura perchè accerti eventuali responsabilità sia della Consob che della Banca d’Italia. Intanto uno studio legale di Treviso sta portando avanti una class action per conto di numerosi azionisti di Banca Popolare di Vicenza con l’obiettivo di ottenere un risarcimento non solo del danno derivato dal taglio del prezzo delle azioni, ma anche per essere stati raggirati  dalla banca  e indotti ad acquistare azioni per ottenere prestiti».
Lei conosce molto bene la situazione di Lonigo, una città che considera la Popolare di Vicenza come la sua Banca, non fosse altro per i legami atavici con la Popolare Agricola di Lonigo. Ci sono soci che rischiano di rimetterci tanto denaro?
«Le mie sono valutazioni personali anche se, a suo tempo, ho sentito il parere di gente preparata che studia tutti i fenomeni legati alle Banche. Parlando della Popolare di Vicenza mi sono state fornite valutazioni delle azioni che credo si avvicinano alla verità. Se ciò dovesse verificarsi credo che alcuni miei conoscenti che detengono azioni per un valore superiore al milione e mezzo, e sono più d’uno basta informarsi sul sito, avranno nei prossimi mesi delle brutte sorprese. Però, ad essere sincero, non sono amareggiato per questi soci, ma per tutte quelle persone che  ci rimetteranno i risparmi di una vita, quei soci  che consideravano la Banca la loro “musina”».
Come andrà a finire?
«Bella domanda…».

Anna Cavallaro campionessa mondiale di volteggio a cavallo

Di Rino Boseggia

Da Belfiore a Braunschweig, alla conquista della World Cup nell’equitazione

Anna Cannavaro

Per Anna Cavallaro, un’amazzone originaria di Belfiore e pertanto veronese doc, diventare la numero uno al mondo nel volteggio a cavallo, una specialità che purtroppo non è ancora stata inserita tra le gare olimpioniche, costituisce un’impresa paragonabile soltanto ad una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Se l’olimpionica veronese Sara Simeoni volava sopra l’asticella del salto in alto alla conquista di una storica medaglia d’oro, anche Anna, 29 anni con due lauree in tasca, una in Scienze motorie, e con la passione del restauro, vola con sicurezza sopra il suo cavallo preferito Harley riuscendo in dieci anni ad incrementare un palmares che la vede primeggiare in Italia, in Europa e nel mondo dell’equitazione.
Alla finale della World Cup 2013 a Braunschweig si presentò come la favorita per la vittoria finale. Con due prove all’altezza della situazione, assieme a Nelson Vidoni, il suo alter ego in veste di allenatore, e al suo inseparabile cavallo Harley, vinse la competizione. Mai nessun italiano prima di lei si era aggiudicato la World cup in una qualsiasi disciplina equestre. Incontriamo la nostra amazzone iridata sotto il pergolato  di una osteria d’altri tempi a pochi metri dal maneggio La Fenice sulla strada di Campalto. Un ambiente quanto mai intonato alla sobrietà di una ragazza che si presenta al cronista con la determinazione di chi ha lottato con tenacia per raggiungere prestigiosi traguardi nell’equitazione e nel volteggio in particolare. una specialità che meriterebbe maggiore attenzione da parte del Comitato Olimpico, visto che nel programma delle Olimpiadi Invernali sono inserite specialità come quella delle pentole che vengono fatte scivolare sul ghiaccio con l’aiuto delle scope. Una performance che ha del ridicolo se si tiene conto che nel volteggio con il cavallo occorrono ore ed ore di preparazione e l’apporto di cavalli di grande livello internazionale. E la nostra prima domanda parte proprio da questa assurdità:
Come è possibile che una disciplina come il volteggio a cavallo non sia inserita nel panorama olimpionico delle gare equestri?
«Credo si tratti di una scelta dovuta al fatto che la disciplina fino a qualche anno fa non era molto praticata. In Italia, ad esempio, in tutto c’erano tre o quattro maneggi. Oggi la situazione si sta modificando, anche se devo dire che in Europa il volteggio a cavallo rappresenta una disciplina radicata nella tradizione e nel tempo. Mi preme sottolineare, fin da subito, che la mia passione per il volteggio a cavallo non si fonda soltanto su una prestazione legata ad una competizione sportiva, ma che per quanto mi riguarda rappresenta una importante terapia per i ragazzi con disabilità. Al Circolo la Fenice, infatti, oltre a lezioni settimanali riservate ai bambini diciamo così normodotati, curiamo con particolare attenzione la riabilitazione equestre e il volteggio terapeutico dei bambini diversamente abili. Devo dire che i risultati sono eccellenti in quanto l’approccio al cavallo è ideale. Anzi la capacità di relazione  con il cavallo è straordinaria. Pare quasi che il cavallo stesso si renda conto si essere cavalcato da un bambino con disabilità. Per rendersene conto basterebbe assistere alle gare che organizziamo tra ragazzi normodotati  e soggetti con disabilità per comprendere il valore terapeutico del volteggio. L’approccio al cavallo, però, avviene anche con la cura del cavallo stesso che va strigliato o con la sistemazione della sella. L’età ideale? A cavallo si può montare anche all’età di quattro anni».
Anna come ti sei avvicinata all’equitazione?
«Fin da piccola in casa ero un terremoto…non riuscivo a stare ferma. Allora, mia mamma, all’età di tre anni e mezzo mi iscrisse ad un corso di ginnastica artistica. Ma soltanto ad undici anni, e precisamente nel 1997, grazie ad un’amica, ho scoperto il volteggio equestre a San Bonifacio al circolo Lo Sperone. Quel giorno, era un sabato pomeriggio, incontrai per la prima volta l’allenatore Nelson Vidoni che mi chiese di provare alcuni esercizi. Mi piacque fin dal primo istante in quanto si trattava di un mix ideale che univa gli esercizi di ginnastica artistica con le acrobazie sul cavallo. Un anno più tardi lasciai definitivamente la ginnastica per dedicarmi completamente al volteggio. Ricordo che fin da subito nell’eseguire il libero di squadra io ero la terza in alto a tempo di musica».
E la scuola?
«Dopo le medie mi sono iscritta al liceo artistico ad in indirizzo restauro. Non so perché, ma mi piaceva il restauro, forse per l’aspetto creativo. Dopo il liceo ho frequentato tre anni di accademia: la laurea arriva nel 2009. Dentro di me sentivo che volevo seguire un’altra strada legata alla mia passione per la ginnastica. E così sono riuscita a prendere  la laurea in Scienze motorie che mi permette di fare corsi di ginnastica nelle scuole e nei paesi. Insomma non riesco a stare ferma, tutta il contrario di mio fratello più grande che non pratica uno sport che sia uno e che preferisce fare l’odontotecnico a Ronco».
E nel frattempo continuavi a  gareggiare un po’ ovunque…
«Credo sia difficile riassumere in poche righe tutte le competizioni cui ho partecipato. Nel 2004 mi sono classificata 4^ nella gara a squadre WEG Austria; nel 2005 e nel 2006 sono risultata 1^ classificata ai Campionati italiani prova individuale e 12^ nella prova Freestyle WEG di Aquisgrana. Nel 2007 mi impongo ai campionati italiani nella prova individuale e decima nella cat. Individuale Campionati Europei. Poi…»
Poi nel 2008 arriva la rottura del crociato
«Purtroppo sì. In un concorso internazionale a Vienna sona caduta da cavallo riportando la rotture del legamento crociato del ginocchio. Caduta in piedi, da precisare. Questo infortunio mi ha tenuto lontana dalle gare per circa un anno e mezzo».
Il 2009-2010 rappresentano il ritorno a grandi livelli
«Ho ripreso a gareggiare nel 2009 ottenendo un quinto posto a squadre ai Campionati Europei di Bokeberg (Svezia). Nel 2010 ho fornito  buone prestazioni all’Internazionale di Jesolo ed al CVIO di Stadl Paura in Austria, gare che mi sono valse la convocazione ai WEG (World Equestria Games) di Lexington. Ai WEG sono riuscita ad ottenere il decimo posto in finale. Tornata in Italia ho vinto per la quarta volta il titolo italiano di volteggio a Firenze».

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E’ inevitabile che prima o poi si parli dei tuoi cavalli …
«Il cavallo rappresenta l’asse portante di una gara. In allenamento trascorro ore su ore sul cavallo finto per provare gli esercizi, ma in gara l’amazzone deve essere un tutt’uno con il suo cavallo. Sono affezionata in particolare ad Harley un sauro che gareggia con me dal 2010. Harley è nato nella Repubblica Ceca nel 1997: attualmente è da considerarsi uno tra i migliori cavalli al mondo per il volteggio equestre.. È stato acquistato nel 2005 dall’A.s.e.d. La Fenice grazie all’intuizione di Nelson Vidoni. Per la precedente proprietaria, era un cavallo ingestibile e il suo acquisto è stata una scommessa rischiosissima. Harley una volta arrivato a “La Fenice” di San Martino Buon Albergo si è trasformato. Probabilmente le continue cure e attenzioni di tutte le persone del maneggio e soprattutto la grande esperienza di Nelson unite ad un po’ di fortuna lo hanno reso un cavallo sereno ed una certezza in gara. Fu proprio ai WEG statunitensi che iniziai ad esibirmi con Harley. Alla longia (il termine indica, in ambito ippico, un tipico finimento composto da una corda piatta larga circa 4 cm e lunga circa 8 metri ndr) c’era sempre Nelson Vidoni. Fino a quel momento avevo gareggiato, prima con Adenauer e poi con Picasso. Iniziare a lavorare con Harley sicuramente ha rappresentato per me un salto di qualità».
Il 2011 e il 2012 rappresentano gli anni della svolta …
«Proprio così. Nel 2011 ho partecipato a due tappe della neonata World cup di volteggio equestre. A Salisburgo sono riuscita a piazzarmi in seconda posizione, mentre a Lipsia, nella finale della World Cup, sono riuscita ad ottenere il primo podio internazionale. Gareggiando in condizioni fisiche precarie, a causa di un’improvvisa influenza, mi sono aggiudicata la medaglia di bronzo. Questa terza posizione mi convinse di poter gareggiare alla pari con le migliori volteggiatrici del mondo.  Nel 2012 mi sono presentata ai mondiali di Le Mans vincendo tutte le gare internazionali di qualifica, ottenendo però soltanto un sesto posto finale. Negli ultimi mesi del 2012 iniziai a gareggiare nelle eliminatorie per la World Cup 2013 imponendomi in tutte le gare di qualifica per la finale».
E nel 2013 arriva la World Cup
«Mi presentai alla finale della World Cup 2013 a Braunschweig come la favoriya per la vittoria finale. Con due prove all’altezza della situazione, sotto lo sguardo magnetico di Nelson Vidoni e con una prestazione eccellente del cavallo Harley, ho vinto la competizione. Fu un anno memorabile anche perché pochi giorni dopo la finale mi laureai in Scienze motorie. Nel corso della stessa estate divenni vice campionessa europea a Magna Racino dietro alla danese Rikke Laumann e davanti alla britannica Joanne Eclles.  Un altro bel ricordo è legato ad una competizione internazionale che si svolse a Doha nel Quatar: Harley, che aveva imparato ad essere un cavallo molto tranquillo, venne al seguito in aereo».
Anche la stagione 2014 non è da dimenticare: World cup e World Equestrian Games
«Nell’inverno sono riuscita a vincere la World Cup 2014 a Bordeaux sempre davanti all’elvetica Simone Jaiser. Mi presentai ai World Equestrian Games in Normandia con la ferma intenzione di ottenere una medaglia. Un errore nel compulsory test mi fece perdere punti e posizioni preziose. Dopo la prima giornata ero soltanto quarta in classifica, ma rimontai e vinsi la medaglia d’argento alle spalle di Joanne Eccles, che avevo battuto l’anno prima a Magna Racino. L’anno continua con le gare di World Cup, ottenendo la qualifica per la finale solamente all’ultima gara montando Adenauer (è un altro cavallo dell’associazione La Fenice con il quale aveva iniziato a volteggiare molti anni prima ndr) perché Harley, a causa di una tendinite, non poteva gareggiare».
E poi nel 2015 arriva un premio speciale: la medaglia d’oro al valore atletico da parte del Coni
«Nei primi mesi di quest’anno mi sono presentata alla finale della World Cup di Graz di nuovo in sella ad Harley riuscendo a vincere la medaglia di bronzo. Si tratta del terzo podio consecutivo e quarto in cinque anni nella World Cup. Per i successi sportivi ottenuti  il presidente del CONI Giovanni Malagò, tramite lettera, mi ha ufficializzato la consegna della medaglia d’oro al valore atletico. Una grande soddisfazione che mi ricompensa dei sacrifici finora sostenuti. Il futuro? Continuare nel volteggio come attività sportiva e nel lavoro con la riabilitazione assieme naturalmente a Nelson».

Passaggio Tav: una devastazione del territorio?

di Rino Boseggia

La realizzazione del progetto della TAV (treni ad alta velocità) che interessa la nostra area di riferimento (in particolare i territori in comune di San Bonifacio, Lonigo e Montebello) stanno suscitando molte perplessità e prese di posizione da parte di amministratori locali. Il passaggio a raso, ad esempio, dei binari della TAV a San Bonifacio rischia di essere devastante, secondo il parere del sindaco Provoli che auspica un affiancamento alla provinciale Porcilana

Con la realizzazione della linea ferroviaria che permetterà il passaggio dei treni ad alta velocità verrà modificato per un centinaio di metri il vecchio tracciato in particolare con lo scopo di eliminare la curva che immette i treni alla stazione di Lonigo. Curva che nel momento di progettare il tratto della “Strada a Ruotaje di ferro” Vicenza -Verona (inaugurato nel 1849 nonostante i moti rivoluzionari) non era stata contemplata dal disegno redatto dall’ing. Milani, progettista dell’opera, ma che era stata successivamente inserita per permettere (su pressioni politiche da parte dei potenti leoniceni dell’epoca) ai treni di attraversare almeno un lembo del territorio in comune di Lonigo. Una decisione, quella di costruire la stazione a cinque chilometri dal capoluogo, che dopo circa due secoli dalla sua realizzazione risulta essere quanto mai provvidenziale in quanto con il progetto del nuovo tracciato della TAV non sono previsti autentici disastri di distruzione di fabbricati rurali, civili oppure insediamenti industriali. Al massimo verranno abbattuti due case e il fabbricato attuale della stazione. Niente se paragonato a quanto potrebbe accadere a San Bonifacio dove, se si dovesse ampliare l’attuale stazione per permettere il passaggio dei treni ad alta velocità si dovrebbero abbattere 105 fabbricati, pari a ben 545 unità abitative. Verrebbe resa al suolo anche la Cantina Sociale. Una vera e propria “delenda San Bonifacio”.

TAV Lonigo
Nell’incontro organizzato in sala convegni dall’attuale amministrazione il sindaco Boschetto, prima di dare la parola ai dirigenti dell’Ufficio Tecnico, ha subito messo le mani avanti affermando che sulla TAV si può discutere all’infinito, ma che si tratta di un’opera che va realizzata. «Posso solo assicurare – in base alle promesse ricevute- che la stazione di Lonigo verrà trasformata in una fermata con pensilina, ma che con la realizzazione della metropolitana di superficie verrà potenziata e dotata di ampio parcheggio. Ora ci stiamo adoperando per presentare tutte le osservazioni alla RFI- ITALFER entro il 30 giugno 2015 per fare in modo che i proprietari delle due case che verranno abbattute e dei terreni espropriati ed interessati alla leggera deviazione dell’attuale tracciato siano compensati nel modo giusto e in breve tempo come accaduto a suo tempo con la circonvallazione». L’architetto Pilotto, nell’illustrare il nuovo percorso della Tav, ha posto in evidenza che la sua realizzazione comporta anche un approccio diverso rispetto al passato per quanto riguarda in particolare la “vecchia stazione” di Lonigo. La sua trasformazione in fermata per la progettata metropolitana di superficie prevede la costruzione di nuovi ampi parcheggi e la realizzazione di un cavalcavia, o ampliamento dell’attuale sottopasso che da via Trissino conduce in via Fossacan Un sottopasso che attualmente non permette ad esempio il transito di corriere che, nei prossimi anni, potrebbero essere impiegate per trasportare utenti che intendono servirsi della metropolitana di superficie e provenienti dalle aree a Nord di Lonigo, come Gambellara, e Roncà.

«Perché non una stazione ad Almisano? »
Da sempre contrario al progetto attuale della TAV è stato Vittorio Rizzoli che nei giorni scorsi ha fatto protocollare una sua proposta rivolta all’assessore Giacomello. «Torno a ribadire –scrive Rizzoli- quanto scritto a suo tempo sull’argomento PAT e cioè che bisognerebbe lasciar perdere la stazione di Lonigo-Locara e pretendere di fare la fermata nella frazione di Almisano. Per quali motivi? Perché la frazione di Almisano è a ridosso di una vasta zona industriale, frequentata da seicento lavoratori e da un’altra zona commerciale-industriale come quella di Gambellara. Con questa opzione non ci sarebbe bisogno né di modificare la viabilità esistente, né di un sottopasso ferroviario. Con la stazione ad Almisano si renderebbe necessario eliminare quella vicina di Montebello dal momento che subito dopo verrà realizzata una nuova stazione vera e propria a Montecchio Maggiore all’altezza della costruenda uscita dell’Autostrada. Ad Almisano sarebbe poi possibile realizzare ampi parcheggi senza espropri di aree adibite a produzioni industriali».

Lavoratori Feroli in marcia

Testo di Paola Bosaro, foto di Mirco Bertaso Nici

Lavoratori «Ferroli» in marcia per il rispetto dei loro diritti e il rilancio del settore

stato un febbraio bollente per il comparto della termomeccanica. E per l’Est veronese in particolare. Sabato 7 febbraio 400 dipendenti della «Ferroli», una delle aziende leader in Italia nei settori del riscaldamento, condizionamento ed energie alternative, hanno sfilato per le vie di San Bonifacio, accompagnati dai sindacalisti di Cgil-Cisl e Uil, dai sindaci dei Comuni dell’Est veronese, oltre che da consiglieri regionali e parlamentari veronesi. Alla protesta si sono uniti anche lavoratori della Riello e della Sime.
Un lungo corteo è partito dalla sede dell’azienda in via Ritonda per raggiungere, attraverso il centro di San Bonifacio, piazza della Costituzione, dove una delegazione ha incontrato il sindaco Giampaolo Provoli e tutti gli altri sindaci dei paesi limitrofi.
Nello stabilimento di San Bonifacio della «Ferroli» lavorano circa 900 dipendenti. Il gruppo però, specializzato nella produzione di caldaie e impianti di riscaldamento, conta complessivamente 3.300 addetti, distribuiti nei vari siti produttivi in Italia e all’estero, tra Turchia, Cina e Polonia. La manifestazione è stata organizzata dai rappresentanti dei lavoratori per protestare contro la decisione dell’azienda di disdire i contratti integrativi, raggiunti dopo circa quarant’anni di negoziazione. In sostanza i dipendenti «Ferroli» rischiano di vedersi riconosciuti circa 8mila euro in meno di stipendio all’anno. La questione si inserisce nella crisi generale del settore termomeccanico, un problema di rilevanza nazionale.
«Rinegoziare gli accordi sindacali è una necessità non più prorogabile per chi voglia continuare a produrre principalmente in Italia e poi competere in un mercato internazionale gravato da una crisi pesantissima», rispondono dalla Ferroli. Ecco il commento di Massimo Castellani, segretario generale Cisl Verona: «Credo sia evidente a tutti che in settori come il termomeccanico l’attenzione per gli investimenti nella ricerca sia un elemento determinante per raggiungere positivi risultati per produrre sistemi di riscaldamento innovativi. La provincia di Verona per anni era considerata un polo industriale importate nel settore termomeccanico, da alcuni anni, purtroppo non lo è più. Prima le Biasi, successivamente le crisi della Ferroli, Sime e le vicende finanziarie che stanno interessando Riello bruciatori stanno riducendo il comparto ai margini del mercato internazionale. Le responsabilità, a mio parere, sono imputabili alla classe imprenditoriale che non ha saputo fare i necessari investimenti per innovare i prodotti. Ancora una volta per essere credibili con le banche, nel chiedere finanziamenti, dove si va a tagliare? Sul costo del personale. Confermando l’inadeguatezza del ruolo imprenditoriale». Stefano Zantedeschi, segretario della Fiom Cgil, ci vede un «disegno strategico delle tre società» (Ferroli, Sime e Riello), che «insieme hanno deciso di ridurre gli stipendi, in modo da evitare il dumping e scaricare sul basso la crisi dovuta alla mancanza di investimenti degli ultimi anni». «Non abbiamo ancora alcuna certezza che lo stabilimento verrà salvato – ha dichiarato Giovanni Acco, funzionario della Fim-Cgil di Verona -. Ci è stato annunciato nel piano industriale, ma non abbiamo elementi che ci rassicurino in questo senso».
Al termine della manifestazione tutti i parlamentari presenti, dopo essersi confrontati con i sindaci dei paesi coinvolti, si sono impegnati a verificare se esistano risorse disponibili per consentire alle aziende del termomeccanico di investire in ricerca e sviluppo. «Qui c’è in ballo il futuro, per San Bonifacio, di oltre 900 famiglie, quelle dei lavoratori della Ferroli – ha detto Provoli -. Faremo di tutto per trovare una soluzione che permetta all’azienda di portare avanti il nuovo piano industriale ed ai lavoratori di salvaguardare occupazione e potere d’acquisto. È da anni che il gruppo Ferroli è in crisi finanziaria, ma sappiamo anche che gli ordini ci sono ed il lavoro pure. Quindi la base per ripartire c’è».
Il capogruppo della Lega Nord in consiglio comunale Alessandro Signorato commenta: «Avevo chiesto che, al ricevimento della delegazione delle rappresentanze sindacali dell’azienda, oltre alle solite frasi di solidarietà e di vicinanza che fanno sempre piacere, ci fosse un impegno concreto da parte dell’Amministrazione a scrivere al ministro del Lavoro, mettendolo a conoscenza della situazione di difficoltà che dovranno affrontare da adesso in poi sia i lavoratori dipendenti ma anche gli imprenditori, gli artigiani, gli agricoltori ed i commercianti dell’Est Veronese, che in questi ultimi anni hanno sentito solo chiacchiere, soprattutto per quanto riguarda la riduzione delle tasse.
I lavoratori hanno sempre dimostrato di avere senso di responsabilità oltre a capire le difficoltà: ora è fondamentale che la trattativa riprenda al più presto. I veneti vogliono vedere un impegno concreto: basta false promesse. I lavoratori della Ferroli vogliono avere delle risposte precise e puntuali dal Governo».

 

Come eravamo 1920 – 1970

Di Paola Bosaro

Come eravamo 1920

Centinaia di visitatori alla prima edizione (si sta già pensando di riproporla alla Festa del Carmine e a San Gregorio) della mostra fotografica «Come eravamo 1920-1970», proposta alla seconda festa della verza moretta dai volontari di “Salviamo Corte Grande”. Sono state più di 80 le foto d’epoca esposte, suddivise in quattro sezioni, dedicate ai lavori, alle feste e cerimonie, alla vita pubblica e familiare di 50 anni del Novecento veronellese. «La coltivazione della verza moretta era diffusa a Veronella già al termine del 1800 e di sicuro nel periodo di riferimento della mostra», ha spiegato Romano Prando, storico del Comitato. «È stata un’importante fonte di reddito per le famiglie locali, sia per il cuore dell’ortaggio che veniva mangiato o venduto, sia per le foglie più esterne, grandi, verdi e fresche, che erano usate per l’alimentazione del bestiame della stalla e del cortile. La verza inoltre, poiché matura in pieno inverno, era l’unica fonte di foraggio fresco per gli animali di casa.

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